Tutti i giornali dell'epoca avvertivano essere ora di concludere e
che, essendo oramai tutte le potenze civili rappresentate presso il
Vaticano, era veramente, alla fine, grottesco che non vi fosse rappresentata
la potenza italiana. Si pubblicarono degli opuscoli curiosi, in quel
periodo di tempo. Uno di questi opuscoli, a firma Constantinus .(qualcuno
volle vedervi sotto un eminentissimo personaggio della Corte Vaticana,
ma in realtà si trattava di un importante personaggio sì,
ma laico), annunziava e proponeva uno schema di trattato di pace tra
l'Italia e la Santa Sede.
All'articolo 2 diceva : « Le Alte Parti contraenti si dichiarano
a vicenda di riconoscere pacifica la situazione territoriale determinatasi
dopo quell'epoca, salvo quanto è stabilito nel seguente trattato
». Quindi, uno stato di fatto cha doveva diventare uno stato
di diritto.
Di notevole importanza un opuscolo intitolato: Il Partito Popolare
(quello defunto) e la “Questione romana”, nel quale si
affermava cha bisognava riconoscere la sovranità dalla Santa
Seda sui palazzi vaticani.
Altro avvenimento di maggiora importanza fu la deliberazione con cui
il Papa non faceva più protesta per visite di sovrani cattolici
a Roma. Eravamo entrati in un. periodo di distensione dei nervi. Questa
distensione si accrebbe con l'assunzione alle Somme Chiavi di Papa
Achille Ratti, quando, per la prima volta dopo il 1870, il Papa apparve
alla loggia esterna di San Pietro a benedisse la folla immensa.
Gli italiani ebbero l'impressiona che, con questo Pontefice, qualche
cosa si sarebbe concluso. E, naturalmente, la speranza precedettero
gli eventi a si credette che la cosa sarebbe stata facile, semplice,
rapida. Si pensava che il nuovo Papa non avrebbe insistito sulla posizione
ormai tradizionale di tutti i Pontefici. Errore. Difatti, nella prima
Enciclica di Pio XI, il punto di vista riaffermato continuamente dalla
Santa Sede veniva ancora una volta illustrato. Si ricordavano in essa
la natura divina della sovranità pontificia, gli inviolabili
diritti della coscienze di milioni di fedeli in tutto il mondo e la
necessità che questa stessa sovranità non apparisse
soggetta ad alcuna umana autorità o legge, sia pure una legge
cha portasse della guarentigia per la libertà del Romano Pontefice,
ma fosse dal tutto indipendente a tale anche manifestamente apparisse.
« Noi - diceva - eredi e depositari del pensiero dei nostri
venerati antecessori, come essi investiti dell'unica autorità
competente nella gravissima materia e responsabili davanti a Dio,
Noi protestiamo, come abbiamo sempre protestato, contro tali condizioni
di cose, a difesa dei diritti della dignità della Apostolica
Sede, non già per una vana terrena ambizione, di cui arrossiremmo,
ma per puro debito di coscienza ».
Intanto il Fascismo faceva una politica religiosa, sanamente religiosa.
I fatti di questa politica vi sono stati prospettati qui da molti
oratori; non avevamo fobìe, né scrupoli. Giustamente
l'onorevole Farinacci ha ricordato che il fascismo fu il primo a proteggere
le processioni; grandi centenari si svolsero nella più grande
tranquillità; l'anno dal Giubileo fu perfetto. Fascisti dalla
prima ora, coma l'onorevole Arpinati, figuravano nel comitato per
il congresso eucaristico a Bologna. Politica sincera, risultato di
posizioni dottrinali nettamente stabilite.
Si andò anche più in là : si cercò di
rivedere tutta la materia della legislazione ecclesiastica. Giustamente,
bisogna riconoscere, i Papi si dolevano della legislazione antiecclesiastica
del vecchio Piemonte. Questa è durata da quando il Siccardi,
nel giugno 1850, volle abolito il Foro ecclesiastico, fino a quando
nel 1873, si soppressero la ultima Facoltà teologiche nelle
Università regia. La Santa Sede aveva un po' ragione di sospettare,
davanti a manifestazioni di una politica e di una legislazione assolutamente
antireligiosa e antiecclesiastica.
Tuttavia, quando pareva si dovesse concludere, il 18 febbraio 1926,
riferendosi ai lavori compiuti dalla commissiona mista par la riforma
della legislazione ecclesiastica, il Papa affermava «che nessuna
conveniente trattativa, nessun legittimo accordo aveva avuto luogo,
né poteva aver luogo, finché durasse l'iniqua condizione
fatta alla Santa Sede e al Romano Pontefice».
Voi vedete da queste citazioni cha la intransigenza dei Papi da questo
punto di vista è stata sempre immutabile.
Questa ultima dichiarazione dal Papa ha la data dal 18 febbraio 1926.
Siamo nell'anno in cui cominciano la trattativa. Nell'estate del 1926,
io non pensavo, a dirvelo schiettamente, a risolvere la Questione
romana. C'era un problema cha mi angustiava in quell'epoca: il problema
dalla lira. Sentivo quel problema come uno dai problemi dal regime,
dal prestigio, della dignità, dalla solidità dal regime.
E ancora oggi, su questo campo, sono intrattabile a inesorabile.
Apro una parentesi par mandare un saluto reverente alla memoria dal
professor Barone, uno della commissiona dei diciotto, giurista di
alta fama, fascista, il quale si era dato a queste trattativa con
un'ansia, con un fervore a con una diligenza d'italiano e di fascista
veramente ammirevoli.
Si può dire cha egli è morto sulla breccia, tanta era
l'ansia, con cui seguiva queste lunghe faticose trattativa.
Dal suo diario, che io possiedo, risulta che, in data 5 agosto 1926,
un monsignore manifestò al professor Barone la possibilità
di iniziare trattativa per risolvere la Questione romana. Nell'agosto
'26, si ha un colloquio Barone-Pacelli. Il 23 agosto '26 il consigliere
Barone, a seguito di due precedenti colloqui, espone, in un suo rapporto
scritto, quali siano i capisaldi dai propositi della Santa Sede par
la sistemazione dalla Questione romana. Il 4 ottobre 1926, Mussolini
consegna al consigliera Barone un autografo col quale lo incarica
di chiedere alla Santa Sede a quali condizioni sia disposta ad addivenire
ad una amichevole, generale, definitiva sistemazione dei suoi rapporti
con lo Stato italiano. Il 6 ottobre, il cardinale Gasparri scriva
a Pacelli rispondendo, in massima, in modo affermativo alla richiesta.
Trattative in ottobre, novembre, dicembre. Il 10 dicembre 1926, Sua
Maestà il re autorizza l'apertura dalle trattativa ufficiali.
In data 30 agosto del 1926, così il compianto Barone mi riferiva:
«Ho creduto doveroso di richiamare l'attenzione di V. E. sulla
possibilità di un accordo per la sistemazione dei rapporti
tra lo Stato italiano e la Santa Sede a seguito della segnalazione
fattami al riguardo da un Prelato che gode in Vaticano un'alta posizione,
e delle conversazioni che ho avuto per le iniziative medesime con
l'avvocato Francesco Pacelli, che tra i legati della Santa Sede è
quello che gode più direttamente la piena fiducia del Sommo
Pontefice ».
Più oltre : « V. E. ha segnato una sola pregiudiziale,
quella cioè che, giungendosi ad un accordo, la Santa Sede riconosca
con esso la definitiva sistemazione della Questione romana ed accetti
quindi lo stato di cose segnato nel 1870, quando venne formato il
Regno d'Italia con Roma capitale. Richiede perciò l' E. V.,
una rinunzia esplicita, da parte della Santa Sede, a qualunque rivendicazione
temporale nei confronti del Regno d'Italia. Il Pontefice, informato
di queste Sue premesse, si è dimostrato disposto ad accettarne
senz'altro la sostanza nella speranza che si addivenga ad una definitiva
sistemazione dei rapporti con l'Italia e non già alla stipulazione
di un " modus vivendi " solo temporaneo ».
Naturalmente, nell'agosto 1926, la Santa Sede poneva come contropartita
le seguenti proposizioni: l'iniziativa deve muovere dal Governo italiano;
il Governo italiano deve dichiarare che le trattative si svolgeranno
prescindendo dalla legge sulle guarentigie; sulle trattative deve
essere mantenuto il più assoluto segreto. E infatti è
evidente che se abbiamo concluso, lo si deve anche alla magnifica
disciplina che abbiamo imposto al popolo italiano. Vi immaginate che
cosa sarebbe accaduto in altri tempi? Quale baraonda e controbaraonda
e caos! Una trattativa diplomatica così delicata e così
lunga aveva bisogno di un segreto che, per parte mia, ho conservato
sino all'ultimo. Vi leggerò alcuni documenti. Ce ne sono molti
altri, che saranno letti nel 1951.
Quelli che leggerò sono importanti, e voi ne capirete il perché
senza che io insista troppo. Ecco una mia lettera
« Roma, 4 ottobre 1926. Festa nazionale di San Francesco d'Assisi.
« Caro Barone,
« con riferimento ai colloqui che ho avuto con lei, le confermo
la mia convinzione circa l'utilità di vedere finalmente eliminata
ogni ragione di dissidio fra l'Italia e la Santa Sede.
« La incarico di mettersi in relazione con i rappresentanti
di questa, al fine di conoscere in base a quali condizioni sia essa
disposta ad addivenire ad una amichevole, generale, definitiva sistemazione
dei suoi rapporti con lo Stato italiano. Questo incarico che le do,
non ha carattere né ufficiale, né ufficioso, ma strettamente
confidenziale, essendo diretto a preparare le basi per gli accordi
ufficiali. Mi auguro che questa preparazione sia tale da facilitare
il lavoro successivo ».
In una lettera mandata all'avvocato Pacelli da S. E. il cardinale
segretario di Stato Pietro Gasparri, questi concludeva : « Questo
può ella fin d'ora assicurare: che la convinzione circa l'utilità
e l'importanza di eliminare ogni ragione di dissidio tra l'Italia
e la Santa Sede non potrebbe essere per questa ultima né più
profonda, né più sentita, come risulta da ripetuti solenni
documenti ».
In data 24 ottobre 1926, il cardinale segretario di Stato fissava
i seguenti punti:
« 1. - La condizione che si vuol fare alla Santa Sede deve
essere conforme alla sua dignità e alla giustizia.
« 2. - Perciò essa deve essere tale che le garantisca
piena libertà e indipendenza, non solamente reale ed effettiva,
ma anche visibile e manifesta, con territorio di sua piena ed esclusiva
proprietà, sia di dominio che di giurisdizione, come conviene
a vera sovranità,.* inviolabile a ogni evenienza.
« 3. - Per questi motivi, e anche perché trattasi di
cosa che evidentemente esorbita dai confini dell'Italia, è
necessario che il nuovo assetto politico territoriale sia riconosciuto
dalle potenze.
« 4. - Spetterà al Governo italiano assicurare, in via
di massima, tale riconoscimento almeno da parte delle potenze europee,
con le quali la Santa Sede e l'Italia hanno rapporti diplomatici,
prima di aprire le trattative ufficiali.
« 5. - Alla convenzione politica conviene abbinare una convenzione
concordataria che regoli la legislazione ecclesiastica in Italia.
« 6. - E appena necessario aggiungere che le eventuali convenzioni
dovranno essere sempre approvate dalla autorità politica e
costituzionale in Italia, cioè dal re e dal Parlamento ».
Finalmente, in data 31 dicembre 1926, io indirizzavo questa lettera
a S. E. il cardinale segretario di Stato
« Eminenza ! Con riferimento allo scambio di idee avvenuto a
mezzo dei nostri fiduciari, consigliere Barone e professor Pacelli,
in ordine alla possibilità di addivenire a una definitiva e
irrevocabile sistemazione dei rapporti tra il Regno d'Italia e la
Santa Sede, sistemazione la quale, assicurando alla Santa Sede una
posizione di sua soddisfazione, dia luogo al riconoscimento da parte
della medesima degli avvenimenti che culminarono nella proclamazione
di Roma capitale del Regno d'Italia, sotto la dinastia di Casa Savoia,
mi è grato di indirizzare a lei lo stesso consigliere di Stato
dottor, professor Barone, cui conferisco incarico ufficiale di trattare
per la formale sistemazione di detti rapporti.
« Queste trattative, alle quali sono autorizzato da Sua Maestà
il re, si svolgeranno da parte del consigliere Barone, con la più
assoluta segretezza e “ad referendum”. Nella fiducia che
esse meneranno a risultato favorevole e che in tal modo potrà
essere preparata una nuova era nei rapporti tra l'Italia e la Chiesa,
mi è grato rinnovare a V. E. le espressioni del mio profondo
ossequio »
Siamo, dunque, alla fine del 1926. Avete veduto come erano poste
le premesse dei negoziati. Ecco che, in questo scorcio del 1926, io
mi sono trovato di fronte a una di quelle responsabilità che
fanno tremare le vene e i polsi di un uomo. Responsabilità
tremenda che non sola risolveva una situazione del passato, ma anche
impegnava il futuro! E non potevo chiedere consiglio a chicchessia;
solo la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose,
lunghe meditazioni.
Ma io pensavo e penso che una rivoluzione è rivoluzione solo
in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo. E’
una rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema
capitale dell'unità e dell'indipendenza italiana; rivoluzione
è quella fascista, che crea il senso dello Stato e risolve,
man mano che si presentano, i problemi che il passato le ha lasciato.
La rivoluzione doveva affrontare questo problema, pena la sua impotenza;
e le soluzioni erano queste : o dichiarare abolita la legge delle
guarentigie e dire: la rivoluzione fascista considera il Sommo Pontefice
alla stregua del supremo moderatore delle Tavole Valdesi o del Gran
Rabbino, soluzione assurda e di un rischio enorme; oppure conservare
lo status quo, continuare in questa atonia, in questa cronicità
esasperante, indegna di una rivoluzione.
La terza strada era quella di affrontare il problema in pieno. Perché,
quando si diceva «occorre una sovranità», non si
sapeva quali confini questa sovranità dovesse avere. Si andava
dal Po al Garigliano. Era la città leonina? Era soltanto il
Vaticano? Nessuno poteva rispondere a queste domande prima di averle
poste a chi di ragione.
Ebbene, o signori, non abbiamo risuscitato il potere temporale dei
Papi: lo abbiamo sepolto. Col trattato dell' 11 febbraio nessun territorio
passa alla Città del Vaticano all'infuori di quello che essa
già possiede e che nessuna forza al mondo e nessuna rivoluzione
le avrebbe tolto. Non si abbassa la bandiera tricolore, perché
là non fu mai issata.
Quando gli inglesi ci lasciarono il Giubaland, all'atto di ammainare
la bandiera, la misero in un barile di terra perché volevano
che la bandiera inglese fosse ammainata sopra una terra che essi avrebbero
portata con loro. Questo vi dice che cosa è la bandiera, che
cosa rappresenta nell'animo e nello spirito di una nazione la bandiera.
E se non vi è cessione di territorio, vi è forse passaggio
di sudditi? Nessuno, nessun italiano che non lo voglia per sua propria
spontanea volontà, diventerà suddito di quello Stato
che noi, con atto spontaneo della nostra volontà di fascisti
e di cattolici, abbiamo creato!
Ora, stando così le cose, io mi decisi a continuare le trattative.
Bisogna riconoscere che, dall'altra parte, le difficoltà erano
notevoli. C'è tutta una tradizione ininterrotta di Papi che
avevano reclamato per lo meno Roma, e un Pontefice doveva assumersi
la veramente terribile responsabilità di cambiare indirizzo
a questa azione. Anche il Santo Padre doveva consultare la propria
coscienza, perché, probabilmente, se avesse chiesto consiglio
attorno, molti, quelli che ancora sognano i vecchi tempi, quelli che
hanno ancora negli orecchi le memorie dell'Orenoque, o le nostalgie
dell'intervento straniero, molti di costoro avrebbero agito per dissuaderlo.
Abbiamo avuto la fortuna di avere dinnanzi a noi un Pontefice veramente
italiano. Egli non si dorrà, io credo, se la Camera fascista
gli ha tributato questo plauso sincero. Egli è il Capo di tutti
i cattolici, la sua posizione è supernazionale. Ma egli è
nato in Italia, in terra lombarda, e ha, della gente lombarda, la
soda praticità e il coraggio delle iniziative. E’ un
uomo che ha molto vissuto all'estero; ciò ha molto acuito,
non attenuato, il suo senso di italianità; egli è uno
studioso, che accoppia a un sentimento fervidissimo una dottrina formidabile;
egli, soprattutto, sa che il regime fascista è un regime di
forza, ma è leale: dà quello che dà e non di
più, e lo dà con schiettezza, con franchezza, senza
sotterfugi; egli sa che ci sono delle questioni nelle quali siamo
intransigenti al pari di Lui. Se durante tutto il 1927 le cose stagnarono
e tutto si limitò al mantenimento di personali contatti, ciò
si deve al dissidio determinato per l'educazione delle giovani generazioni,
per la questione dei boy-scouts cattolici, questione la cui soluzione
voi conoscete.
Un altro regime che non sia il nostro, un regime demoliberale, un
regime di quelli che noi disprezziamo, può ritenere utile rinunziare
all'educazione delle giovani generazioni. Noi no.
In questo campo siamo intrattabili. Nostro deve essere l'insegnamento.
Questi fanciulli debbono essere educati nella nostra fede religiosa,
ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo bisogno
di dare a questi giovani il senso della virilità, della potenza,
della conquista; soprattutto abbiamo bisogno di ispirare loro la nostra
fede, e accenderli delle nostre speranze.
Nel 1928, conclusa la parentesi « scoutistica », le trattative
riprendevano. La Santa Sede aveva chiesto, non veramente in sovranità,
ma in proprietà, il terreno intermedio che nominata la «
Valle del Gelsomino » e Villa Doria Pamphilj. Si pensava di
mettere nella Villa Doria Pamphilj tutte le Legazioni e le Ambasciate.
Questo feriva la mia sensibilità. Io proposi, se veramente
la Santa Sede teneva a questa villa, che essa vi riconoscesse in modo
indubbio e non equivocabile la sovranità dello Stato italiano,
pagando il canone annuo di una lira. E’ il canone abituale quando
si vuole essere gentili. Nello stesso periodo di tempo andai a Racconigi
ed informai di ciò Sua Maestà il re.
2 dall' 8 novembre 1928 che le trattative volgono, si può dire,
a compimento, perché il Papa mi fa sapere che rinuncia a Villa
Doria Pamphilj e al territorio intermedio. Infatti, mentre la cessione
avrebbe ferito la nostra coscienza di italiani, a che cosa avrebbe
giovato all'altra parte? La Città del Vaticano è grande
per quello che è, per quello che rappresenta, non per un chilometro
quadrato in più o in meno. Bisogna riconoscere che da questo
punto di vista, il Santo Padre è venuto egregiamente incontro
al desiderio del Governo italiano. Voglio dire di più, che
all'ultimo minuto, il 10 febbraio, alla vigilia della firma degli
accordi, quando si trattava di cedere cinquecento metri quadrati perché
sorgesse una cancellata di fronte al Santo Uffizio, quando il Santo
Padre seppe che questo turbava la mia coscienza di geloso custode
dell'integrità territoriale dello Stato, che non può
pensare se non ad accrescere questo territorio giammai a diminuirlo,
il Santo Padre andava ancora oltre i miei desideri, e poiché
sarebbe stato un po' grottesco che la facciata di un edificio fosse
stata posta a confine di uno Stato, rinunciava all'intero edificio
e annessi e lo passava nel novero degli altri che godono soltanto
dell'immunità diplomatica.
Dopo la morte del compianto Barone io sentii quasi come un avvertimento
del destino. La voce dei negoziati era ormai di dominio pubblico in
tutto il mondo. Bisognava affrettare i tempi. Nel gennaio dell'anno
in corso ebbero luogo le riunioni conclusive, alle quali partecipò,
nelle ultime otto sedute, recandovi l'ausilio della sua alta dottrina
e della sua indiscutibile fede di patriota e fascista, il collega
Guardasigilli onorevole Alfredo Rocco. E 1' 11 febbraio si firmarono
gli accordi.
Talune residuali cellule massoniche, che io ho identificato in tutte
le città dove hanno affiorato attraverso certe pubblicazioni
di giornali, e simili manifestazioni più o meno vociferatorie,
hanno cominciato col sorprendersi che i testi di questi protocolli
recassero, a guisa di preambolo, l'invocazione alla Santissima Trinità.
Permettetemi che io vi erudisca; non c'è nulla di straordinario
per cui si possa pensare che lo Stato, in qualche guisa, sia venuto
meno a sé stesso e alla sua dignità. Non vogliamo proprio
risalire a Giustiniano perché dovremmo riportarci al 533, ma
sta di fatto che anche nei pubblici trattati tra potenze laiche, quasi
sempre fu premessa questa formula.
Gli esempi sovrabbondano. Tra i più caratteristici abbiamo
i due trattati di Passarowitz del 21 luglio 1718, conclusi coi turchi,
l'uno dell'imperatore e l'altro della Repubblica di Venezia, nel primo
dei quali si legge : « In nomine sanctissimae ed individuae
Trinitatir », e nel secondo : « In nomine sanctissimae
Trinitatir ». Pochi anni prima, nel 1712, perfino in un trattato
tra il sultano e lo zar, si era adottata questa formula. Il concordato
fra Innocenzo VIII e re Ferdinando di Napoli del 7 febbraio 1492,
ha la medesima formula. In tempi più vicini a noi, nei concordati
conclusi da Pio VII col re di Baviera e col re delle due Sicilie nel
1818, si ha la formula : «In nomine sanctissimae Trinitatis
». Così sia detto di quello concluso con Luigi XVIII
di Francia. Questa formula figura altresì nel trattato stipulato
tra Leone XII e il luterano re d'Olanda, Guglielmo I, il 18 giugno
1827; e in quello tra Gregorio XVI e Carlo Alberto, del 27 marzo 1847.
La stessa formula si trova nei trattati conclusi da Pio IX e dai suoi
successori.
Così pure tutti i concordati firmati da Leone XII hanno la
stessa formula. Ma veniamo al tempo nostro. La stessa intestazione
è preposta al concordato concluso il 24 giugno 1914 dal Pontefice
Pio X col Regno scismatico di Serbia, e in quello concluso dopo la
guerra con le Repubbliche della Polonia e della Lituania dall'attuale
Pontefice, in data 10 febbraio 1925 e 27 settembre 1927. Questa piccola
esibizione di erudizione retrospettiva plachi, dunque, la coscienza
di coloro che hanno trovato strana, e oserei dire pericolosa, quell'intestazione.
Le trattative sono durate trenta mesi. Vi ha avuto grandissima parte
l'avvocato Pacelli, il quale ha rivelato un animo di forte italiano
e di fervente cattolico. L'avvocato Pacelli, come lui stesso ha dichiarato,
è stato ricevuto non meno di centocinquanta volte dal Sommo
Pontefice; il trattato è stato redatto venti volte, prima di
essere licenziato nella sua veste definitiva.
Voi conoscete l'insieme degli atti. Si tratta di un accordo politico,
di una convenzione finanziaria e di un concordato. Mi occuperò
di ognuno di questi protocolli.
Il più importante evidentemente è il trattato. Con esso
si sana la Questione romana, anzi, come è detto testualmente,
si risolve e si elimina irrevocabilmente; essa è finita, sepolta,
non se ne parlerà più e si crea la Città del
Vaticano. Contropartita di questa creazione è da parte del
Sommo Pontefice il riconoscimento esplicito e solenne del Regno d'Italia,
sotto la monarchia di Casa Savoia, con Roma capitale dello Stato italiano.
Avvertite, dunque: c'è la Città del Vaticano, e poi
c'è Roma. Dai tempi di Augusto bisogna arrivare al 1870 per
trovare ancora una volta Roma capitale dell'Italia; ma dal 1870 al
1929 c'era ancora una riserva, ancora un'ipoteca di natura morale.
Questa ipoteca e questa riserva da parte della più alta autorità
religiosa del mondo, scompaiono oggi. Roma è soltanto del Regno
d'Italia e degli italiani.
Io spero che voi avvertirete l'enorme importanza di questo fatto.
D'altra parte, a prescindere dalla constatazione che sul Vaticano
non vi fu mai compiuto atto di sovranità italiana, nessuno,
neanche il più fanatico dell'integrità territoriale,
potrà sentirsi diminuito per i quarantaquattro ettari che formano
la Città del Vaticano; quando, poi togliete la Piazza San Pietro
e la Chiesa vastissima che rimangono dì uso promiscuo, la superficie
di questa divina Città, di questo Stato, si riduce ancora:
è, in ordine di grandezza, veramente irrilevante. La Repubblica
di Andorra, che ha quattrocentocinquantadue chilometri quadrati di
superficie, e la Repubblica di San Marino, che ha cinquantanove chilometri
quadrati, al paragone sono Imperi. Naturalmente questa città
del Vaticano è ancora uno Stato sui generis, per il fatto che
è circondata da tutti i lati da un altro Stato, per il fatto
che ha zone nel suo stesso territorio, di uso promiscuo collo Stato
confinante e per altre peculiarità che formeranno la delizia
dei commentatori tra qualche tempo.
Io prevedo un'altra abbondantissima letteratura sull'avvenuta soluzione
della Questione romana; ma l'importante è questo: primo, che
malgrado certe riserve che avrete notato nelle lettere che ho letto,
riserve iniziali, la soluzione è italiana, e nessun'altra potenza
vi ha messo verbo. Di più, la Città del Vaticano, si
dichiara, e noi la dichiariamo perché il testo reca anche la
firma del Governo italiano, territorio neutrale ed inviolabile. E
evidente che noi saremo i necessari garanti di questa neutralità
e di questa inviolabilità, in quanto che, nella remota ipotesi
che qualcuno volesse ferirla, dovrebbe prima violare il nostro territorio.
Del resto, noi avremo tutto l'interesse, che il Pontefice possa esercitare
quella che nel trattato è giustamente definita « la sua
pastorale missione » in perfetta indipendenza di sostanza e
di forma, tra la simpatia di tutto il popolo italiano.
Finalmente, vi è un'altra condizione nel trattato, sulla quale
richiamo la vostra attenzione, ed è questa: che la Città
del Vaticano si dichiara fin da questo momento, e noi vi abbiamo apposto
la nostra firma, estranea a tutte le competizioni di ordine temporale
che potessero sorgere tra gli Stati, e a tutti i congressi indetti
per tale scopo, quindi non solo per i congressi straordinari, ma anche
per i congressi ordinari quale è la Società della nazioni.
Anche le superstiti cellule, di cui parlavo poco fa, riconoscono
che il trattato è buono e salvaguarda in pieno l'integrità
dello Stato. Non ha in sé pericoli. Pensate a quel che era
lo Stato Pontificio quando comprendeva la Romagna, l'Umbria, le Marche
e il Lazio, e quando doveva fare una politica di pace e di guerra
con i diversi Stati per sostenersi!
Oggi, giustamente, il Santo Padre può affermare che la migliore
difesa della sua sovranità sta nella limitazione del territorio
della Città del Vaticano. Era così poco ansioso di avere
dei sudditi, forse pensando che il più tranquillo sovrano è
quello che non ha sudditi, che ha pregato di andarsene tutti coloro
che, durante secoli, si erano infiltrati nella anfrattuosità
del Vaticano. La cittadinanza del nuovo Stato è una cittadinanza
un po’ paradossale. Non si nasce cittadini, si diventa per un
atto della propria volontà e si resta cittadini, finché
si ha il domicilio stabile là dentro. Una volta che il domicilio
stabile cessi, si appartiene ad un'altra nazionalità. D'altra
parte, la limitazione numerica di questi cittadini è data dalla
consistenza territoriale di questo Stato. Si può calcolare
quanti uomini possono abitare su quarantaquattro ettari di terra!
Tutte le preoccupazioni, dunque, sono completamente infondate.
Vengo alla convenzione finanziaria e al concordato. Quando si è
saputo che esisteva una convenzione finanziaria, anzitutto, per arrotondare
le cifre, si è detto che si trattava di due miliardi. Molto
meno! Si tratta, infatti, di settecentocinquanta milioni in contanti
e di un miliardo di Consolidato, il quale però, non è
piacevole il constatarlo, si può comperare oggi con ottocento
milioni.
Sono dunque millecinquecentocinquanta milioni, ma di lire carta. Bisogna
dividere per tre e sessantasei: sono quattrocento milioni di lire
oro. Poco, quando voi pensate, e scommetto che non ve ne spaventate
affatto, che noi abbiamo duecento miliardi di debiti. La cifra è
una di quelle che fanno rabbrividire, ma noi rimandiamo i brividi
a migliore stagione. Cosa sono quattrocento milioni di lire oro? Tuttavia
la curiosità del pubblico si è manifestata: «Come
farete a pagare? Soprattutto, come farete a trovare un miliardo di
consolidato?». Rispondo a questi interrogativi, che io riconosco
legittimi. I provvedimenti che si stanno predisponendo presso il ministero
delle Finanze sono tali che si potrà far fronte agli impegni
assunti senza aumentare il debito pubblico e senza ricorrere al mercato.
Mi spiego come.
Quanto al miliardo di titoli di debito pubblico, cinque per cento,
al portatore, da consegnare all'atto della ratifica del trattato del
Laterano, il Governo, mediante una operazione di tesoro, si farà
cedere i titoli stessi dalla Cassa Depositi e Prestiti, che ne ha
dei mucchi e che li preleverà dalle proprie disponibilità
patrimoniali senza menomamente toccare né le riserve né
il patrimonio dei diversi istituti da essa amministrati. Lo Stato,
a sua volta, si obbliga - ciò che costituisce la maggiore delle
garanzie - a restituirli alla Cassa medesima in un periodo non superiore
a un decennio, con l'acquistarne sul mercato per non meno di cento
milioni all'anno di valore nominale.
A tal uopo, nel bilancio dell'esercizio prossimo e dei successivi,
sarà stanziata la somma occorrente sia per tali acquisti, sia
per gli interessi corrispondenti delle relative cedole semestrali
per l'ammontare nel primo anno di cinquanta milioni, per decrescere
poi di cinque milioni all'anno.
In tal modo, mediante un sacrificio relativamente lieve per il bilancio,
non si turba, e anzi, si sostiene il mercato dei nostri titoli. Questo
vuol dire che compreremo cento milioni di Littorio all'anno per dieci
anni e stanzieremo questa somma nel bilancio. All'atto della ratifica
consegneremo settecentocinquanta milioni in contanti. I mezzi necessari
sono già pronti nelle nostre casse, le quali, alla fine di
aprile, avevano un fondo disponibile, cioè liquido - vi raccomando
questa parola - e immediatamente spendibile di oltre due miliardi.
Per quanto concerne l'impostazione di questa spesa nel bilancio statale
le risultanze di questo al 30 aprile e le previsioni dei mesi di maggio
e giugno, affidano che molta parte dei settecentocinquanta milioni
potrà essere coperta con l'avanzo dell'esercizio corrente.
Qui aggiungo che alla fine di aprile il nostro avanzo è passato
da centosei a trecentosessantatre milioni.
C'è di più. Qualcuno poteva pensare che il dare settecentocinquanta
milioni di liquido spendibile facesse aumentare quella circolazione
che è uno dei miei incubi. Non accadrà nulla di straordinario
e meno ancora di catastrofico. Il versamento di tale somma sarà
fatto effettivamente dalla regia Tesoreria alla data fissata. Tuttavia
la Santa Sede - e anche qui bisogna riconoscere che il Sommo Pontefice
è venuto incontro molto liberalmente ai nostri desideri - in
base ad accordi intervenuti, allo scopo esclusivamente di evitare
aggravi alla circolazione bancaria, non ne farà prelevamento
dalle casse della Banca d'Italia, se non gradualmente. Altre assicurazioni
ha fatto la Santa Sede circa l'uso del miliardo del debito pubblico,
confermando così quella fiducia nel nostro maggior titolo,
dimostrata con la firma degli accordi finanziari.
Voglio dire ancora che non mi dispiace di aggiungere il peso di questa
somma a tacitazione del passato e a garanzia di tutto il futuro.
E a proposito del concordato che la critica vociferatoria all'interno
e all'estero ha puntato e aguzzato i suoi strali. Ha torto però,
perché io dimostrerò che il concordato concluso con
la Santa Sede è il migliore dal punto di vista dello Stato.
Ve lo dimostrerò, o signori, e soprattutto vorrei dimostrarlo
a quelli che hanno palesato, nella fattispecie, una singolare ignoranza
della situazione. Io paragonerò il nostro concordato con i
quattro concordati stipulati dalla Santa Sede dopo la guerra, con
la Lettonia, la quale è una repubblica baltica che ha soltanto
il ventitre per cento di cattolici; con la Lituania, altra repubblica
che ha l'ottantacinque per cento di cattolici; con la Polonia, che,
su trenta milioni di abitanti, ha soltanto il sessantatre per cento
di cattolici di rito latino e l'undici per cento di rito greco; e
con la Baviera, che è cattolica, ma che appartiene alla Repubblica
del Reich.
L'articolo 1 del nostro concordato dice: «L'Italia, ai sensi
dell'articolo 1 del trattato, assicura alla Chiesa cattolica il libero
esercizio del potere spirituale, il libero e pubblico esercizio del
culto, nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica,
in conformità alle norme del presente concordato; ove occorra,
accorda agli ecclesiastici per gli atti
del loro ministero spirituale la difesa da parte delle sue autorità.
In considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede
vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e mèta
di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire,
in Roma, tutto ciò che possa essere in contrasto col detto
carattere ».
Riallaccio questo articolo a quanto ho detto in principio del mio
discorso sui rapporti delle due sovranità.
L'articolo 1 del concordato lettone dice: « La religione cattolica
sarà liberamente e pubblicamente esercitata in Lettonia; le
sarà riconosciuta personalità giuridica con tutti i
diritti che il codice civile di Lettonia riconosce alle altre persone
giuridiche».
Concordato bavarese del 29 maggio 1924, articolo 1 : «Lo Stato
Bavarese garantisce il libero e pubblico esercizio della religione
cattolica ». Articolo 2 : «Riconosce il diritto alla Chiesa
di emanare nell'ambito della sua competenza, leggi e decreti che obbligano
i suoi membri, e non ne impedirà né renderà difficile
l'esercizio di questo diritto». Articolo 3 : «Assicura
alla Chiesa cattolica l'indisturbato esercizio del culto. Negli atti
del loro ufficio gli ecclesiastici godono della protezione dello Stato
».
Il concordato polacco del 10 febbraio 1925 dice: « La Chiesa
cattolica, senza distinzione di riti, godrà nella repubblica
di Polonia di una piena libertà. Lo Stato garantisce alla Chiesa
il libero esercizio del suo potere spirituale e della sua giurisdizione
ecclesiastica così come la libera amministrazione e gestione
dei suoi affari e dei suoi beni, conformemente alle leggi divine e
al diritto canonico ».
Il concordato lituano del 27 settembre 1927 è identico al polacco.
Ma nel nostro vi è un'aggiunta, e su questa si sono sbizzarrite
le fantasie: «In considerazione del carattere sacro della Città
eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico
e mèta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura
di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto
del detto carattere ». Invece che «avrà cura »,
si voleva si dicesse «assume impegno». Ho preferito la
formula generica, perché, quando si prendono impegni, si firma
una cambiale, e le cambiali bisogna pagarle.
Ma io trovo che è stupefacente lo stupore di coloro che si
sono appuntati su questa seconda parte dell'articolo. Ma chi è
quel barbaro che può negare il carattere sacro di Roma? Se
voi togliete dalla storia del mondo la storia dell'Impero romano,
non resta che poco. Se i romani non avessero in ogni terra lasciato
i loro monumenti, dal Marocco ad Angora, la nuova capitale della giovane
ed amica Turchia, che conserva ancora una lapide col testamento di
Augusto, tutta la storia di Roma apparirebbe come una fantastica leggenda.
Ma Roma è sacra, perché fu capitale dell'Impero e ci
ha lasciato le norme del suo diritto e le sue reliquie venerabili
e memorabili che ancora ci commuovono quando balzano ad ogni momento
dalla terra appena frugata. Ma poi è sacra ancora perché
è stata la culla del cattolicesimo. Tutti i poeti di tutti
i tempi ed uomini di tutti i popoli hanno riconosciuto il carattere
sacro di Roma !
Qualche volta è motivo di riflessione e di orgoglio pensare
che in questo piccolo territorio, tra sette colli e un fiume, si è
svolta tanta parte della storia del mondo ! Roma ha un carattere sacro,
anche perché qui fu portato il Fante ignoto, simbolo di tutti
i sacrifici di quattro anni della nostra guerra vittoriosa e ancora
bisognerà ricordare che sul Campidoglio, sul colle sacro dell'umanità,
c'è un'Ara che ricorda i caduti della nostra rivoluzione !
Questo carattere sacro di Roma noi lo rispettiamo. Ma è ridicolo
pensare, come fu detto, che si dovessero chiudere le Sinagoghe! Gli
ebrei sono a Roma dai tempi dei re; forse fornirono gli abiti dopo
il ratto delle Sabine; erano cinquantamila ai tempi di Augusto e chiesero
di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati,
come rimarranno indisturbati coloro che credono in un'altra religione.
Né bisogna pensare che Roma diventerà una città
tetra, dove non ci si potrà più onestamente divertire.
Intanto vi dichiaro che non mi dispiace che Roma abbia un suo carattere
di gravità. Era quello che si rimproverava a Cromwell quando
il puritanesimo lottava contro il realismo. Si rimproveravano i puritani
di avere un atteggiamento grave. Lo avevano perché difendevano
la vita dell'Inghilterra, perché ne difendevano il carattere,
ne preparavano l'avvenire, sia pure attraverso terribili guerre civili,
nelle quali perivano re e ministri.
Città seria, ma che saprà divertirsi. Del resto, durante
il dominio dei Papi ci si divertiva benissimo a Roma. Sisto V, il
terribile Sisto V, quello che fece impiccare un parricida, tale Borghi,
quarant'anni dopo che aveva commesso il delitto, aveva dato a Roma
una vita di carnevale brillantissima. Però faceva frustare
sacrosantamente a sangue gli uomini che si vestivano da donna.
Si è detto : in questo concordato voi fate, dal punto di vista
degli obblighi militari, delle concessioni di privilegio agli ecclesiastici.
Ebbene, queste concessioni figurano anche in tutti i concordati precedenti
dai quali io, rappresentante di una nazione prevalentemente, anzi
totalmente cattolica, non potevo prescindere. L'articolo 5 del concordato
polacco è quasi letteralmente simile all'articolo 3 del concordato
italiano. Ma l'articolo 5 del concordato lituano va molto più
in là: «Gli ecclesiastici che hanno ricevuto gli Ordini,
i religiosi che hanno pronunciato i loro voti, gli allievi dei seminari
e i novizi dei noviziati, se perseverano nel loro stato ecclesiastico
e religioso, saranno esonerati dal servizio militare anche nel caso
di guerra o di mobilitazione generale ».
Il che non avviene in Italia, salvo che per i parroci, come, del resto,
è stato anche nell'ultima guerra.
Veniamo all'articolo 5. Vi si parla degli apostati o irretiti da
censura. Su questo articolo c'è stata una discussione assai
lunga. Intanto non avrà valore retrospettivo. Ce n'è
un migliaio di questi individui che si trovano in tale situazione
peculiare. Costoro rimarranno dove sono. Viceversa, se voi considerate
quanto è detto al paragrafo 1 e 2 dell'articolo 3 del concordato
bavarese, voi troverete una clausola ben più grave «
Se alcuno degli insegnanti venga dal vescovo diocesano dichiarato
inabile per gravi motivi concernenti la sua dottrina o la sua condotta
morale, il Governo, senza pregiudizio dei diritti dello Stato, provvederà
senza indugio che venga sostituito nel suo ufficio da altra persona
idonea». La stessa clausola figura, per quanto riguarda l'insegnamento,
nell'articolo 13 del concordato polacco.
Per quello che concerne l'articolo 8, si è parlato di Foro
ecclesiastico. No, non esiste Foro ecclesiastico, esiste soltanto
nello Stato italiano il Foro civile. L'articolo 8 del concordato italiano
è molto meno grave dei corrispondenti articoli degli altri
concordati coi quali sto paragonando il nostro.
Gli articoli 18 e 19 del concordato lettone dicono : « Se degli
ecclesiastici sono accusati presso dei tribunali laici di delitti
previsti dal Codice di Lettonia, l'arcivescovo o il suo delegato sarà,
in tempo opportuno, avvisato, e lui o un suo delegato potrà
assistere alle sedute del tribunale o al dibattimento processuale.
Gli ecclesiastici condannati alla detenzione sconteranno la loro pena
in un monastero. Negli altri casi sconteranno la loro pena, come gli
altri condannati, dopo che l'arcivescovo li avrà privati della
dignità ecclesiastica».
L'articolo 22 del concordato polacco dice: «Se degli ecclesiastici
o dei religiosi sono accusati presso i tribunali laici dei delitti
previsti dalle leggi penali della Repubblica, questi tribunali informeranno
immediatamente l'Ordinario competente di ogni affare di tal genere
e gli trasmetteranno, ove del caso, l'atto di accusa e il fermo giudiziario
coi suoi considerando. L'Ordinario o il suo delegato, avranno il diritto,
dopo la conclusione della procedura giudiziaria, di prendere conoscenza
degli incarti processuali. Nei casi di arresto o di carcerazione delle
persone suddette, le autorità civili procederanno coi riguardi
dovuti al loro stato e al loro rango gerarchico. Gli ecclesiastici
e i religiosi saranno detenuti e subiranno la loro pena di reclusione
in locali separati dai locali destinati ai laici, a meno che non siano
stati privati dall'Ordinario competente della loro dignità
ecclesiastica. Nel caso in cui fossero condannati alla detenzione,
essi subiranno questa pena in un convento, o in un'altra casa religiosa
in locali a ciò destinati ».
L'articolo 20 del concordato lituano riproduce alla lettera l'articolo
22 del concordato polacco.
Che cosa facciamo noi? Comunichiamo l'avvenimento all'Ordinario diocesano,
perché prenda le sue decisioni in ordine alla gerarchia ecclesiastica.
Ma poi i casi sono due: o trattasi di un delitto comune, e allora
l'ecclesiastico viene ridotto allo stato laicale e segue la sorte
di tutti i condannati comuni; o è un delitto politico, e allora
il prevenuto o il condannato avrà tutte le agevolazioni che
abbiamo consentito a tutti coloro che sono rei di delitti. del genere.
Un giornalista straniero ha detto che con questo articolo l'Italia
è alla mercè del Vaticano e che nessuno, all'infuori
degli ecclesiastici, potrà godere di simile privilegio. Sarà
dunque necessario di dire che il Gran Maestro della massoneria Domizio
Torrigiani, da quando fu colpito da incipiente cecità fu tratto
dal confino e messo in una clinica dell'Italia centrale? Che meraviglia,
allora, se domani un cardinale, ipotesi che ritengo assolutamente
assurda, o un vescovo o un sacerdote condannato per delitto politico
siano trattati con i riguardi che tutti i regimi hanno per questo
genere di reati?
Si è parlato di diritto d'asilo. Se un delinquente fugge in
una Chiesa, i carabinieri gli correranno dietro e lo acciufferanno.
D'altra parte è noto che i delinquenti hanno un sacro terrore
di fuggire in chiesa. Temono forse i fulmini della divinità,
oltre che le manette dei carabinieri! E evidente che, salvo questi
casi d'urgenza, la forza pubblica non ha nessun particolare interesse
di entrare in chiesa, se non vi sia chiamata. Ma nel concordato lettone,
l'articolo 15 parla chiaramente di «immunità delle chiese
secondo le norme del diritto canonico». Nell'articolo 6 del
concordato polacco, è ripetuta la stessa formula, con l'aggiunta
« purché tuttavia la sicurezza pubblica non abbia a soffrirne
». Identico nel concordato lituano.
Tutto quello che concerne l'assistenza ai militari è già
in atto. Le stesse clausole figurano nei concordati polacco e lituano.
Per quello che riguarda la scelta degli arcivescovi e dei vescovi,
non abbiamo fatto che prendere le clausole dei concordati precedenti.
Per il giuramento abbiamo preso, come suol dirsi, la clausola della
nazione più favorita, cioè la formula del giuramento
polacco. Per tutto quello che concerne la nuova sistemazione degli
enti e dei beni ecclesiastici, vi parlerà con la sua particolare
competenza il collega Guardasigilli.
Adesso veniamo all'articolo 34, l'articolo del matrimonio. Voi sapete
a che cosa era ridotto il matrimonio civile in questi ultimi tempi.
Siamo noi fascisti che gli abbiamo dato un po' di stile. Per i piccoli
paesi era una cosa qualche volta assolutamente farsesca, con scarsissima
dignità, con testimoni racimolati all'ultimo minuto.
Pareva che tutto lo Stato fosse oramai in questi articoli del Codice
civile. Voi conoscete, del resto, quante discussioni sono state fatte
in Italia su questo argomento. Orbene, onorevoli camerati, in quasi
tutti i paesi civili il matrimonio religioso ha gli effetti civili.
In Austria il matrimonio religioso fra i cattolici è valido
agli effetti civili senza bisogno di alcuna formalità, il matrimonio
civile è riservato soltanto ai Konfessionslos o a sposi di
culto diverso.
Bulgaria. - Il matrimonio religioso fra cattolici è valido
di per sé stesso agli effetti civili. Unica formalità
richiesta è la trascrizione dell'atto presso l'ufficio di Stato
Civile.
Cecoslovacchia. - Il matrimonio religioso fra cattolici è valido
agli effetti civili senza bisogno di alcuna formalità. I parroci
notificano l'avvenuto matrimonio alle competenti autorità civili
esclusivamente a scopo statistico.
Danimarca. - Il matrimonio religioso fra cattolici è riconosciuto
valido a tutti gli effetti civili. L'unica formalità che si
richiede è il nullaosta per parte delle autorità civili,
che viene rilasciato dopo quindici giorni dalla pubblicazione. Una
sola pubblicazione è richiesta, e può farsi indifferentemente
alla chiesa o al municipio. Le autorità ecclesiastiche debbono
notificare trimestralmente i matrimoni celebrati a quelle civili.
Grecia. - Il matrimonio religioso è l'unica forma di matrimonio
ammessa dalla legge greca. Secondo questa, il matrimonio celebrato
in Grecia, fra cattolici, sudditi greci o stranieri, è considerato
valido a tutti gli effetti giuridici.
Inghilterra. - Il matrimonio religioso tra cattolici è valido
agli effetti civili, purché : a) siano avvenuti i bandi, oppure
il competente ufficio di Stato Civile ne abbia dispensato mediante
il rilascio di una licenza : b) la celebrazione sia avvenuta in luogo
espressamente autorizzato, che può anche essere la chiesa e
davanti a persona autorizzata dall'ufficio di Stato Civile, che può
essere lo stesso sacerdote celebrante; c) la persona autorizzata abbia
provveduto a iscrivere l'avvenuto matrimonio nei registri del competente
ufficio di Stato Civile. (Quest'ultima condizione non è essenziale,
potendosi anche provare l'avvenuto matrimonio col consueto mezzo della
prova legale).
Irlanda. - Il matrimonio religioso tra cattolici è valido agli
effetti civili. Gli sposi debbono, sotto pena di ammenda, rimettere
all'ufficio di Stato Civile il certificato di matrimonio entro tre
giorni dalla data della celebrazione.
Jugoslavia. - Il matrimonio religioso è valido agli effetti
civili in tutto il territorio dello Stato, eccetto che nella ex-provincia
ungherese della Vojvodina.
Lettonia. - Il matrimonio religioso fra cattolici è valido
agli effetti civili. Entro quindici giorni il parroco deve inviare,
per la registrazione, l'atto di matrimonio all'ufficio di Stato Civile.
Lituania. - Non esiste matrimonio civile. Sono riconosciuti i matrimoni
celebrati dalle diverse chiese secondo i loro cànoni. Ufficiale
di Stato Civile è il sacerdote d'ogni chiesa, che stende l'atto
in due copie. Alla fine di ogni anno il sacerdote invia al Consiglio
della sua chiesa la copia degli atti di Stato Civile da lui stesi.
La copia di uno di questi atti rilasciata dalle autorità religiose
ha valore a tutti gli effetti civili. Circa il divorzio e la separazione
si seguono i cànoni della chiesa cui appartengono gli interessati.
Norvegia. - Il matrimonio religioso fra cattolici è pienamente
valido agli effetti civili.
Polonia. - Il matrimonio religioso fra cattolici è pienamente
valido agli effetti civili, essendo il parroco anche ufficiale di
Stato Civile.
Spagna. - Il matrimonio canonico è obbligatorio per coloro
che professano la religione cattolica, e il Codice Canonico, per la
parte che riguarda il matrimonio, è riconosciuto come legge
vigente nel Regno. Il matrimonio religioso è valido a tutti
gli effetti civili. E tuttavia condizione indispensabile che l'ufficiale
di Stato Civile assista alla celebrazione, per poter procedere alla
iscrizione nei registri dello Stato Civile. I contraenti debbono,
almeno ventiquattro ore prima della celebrazione del matrimonio, darne
avviso all'Ufficio dello Stato Civile, indicando il giorno, il luogo
e l'ora della -celebrazione, pena una multa. L'Ufficio di Stato Civile
rilascia ricevuta dell'avviso, e tale ricevuta è indispensabile
per la celebrazione del matrimonio religioso.
Svezia. - Il matrimonio religioso è equiparato, agli effetti
civili, a quello civile.
Stati Uniti d'America. - Il regime del matrimonio religioso tra i
cattolici è identico a quello fra protestanti ed altre religioni.
La materia è regolata dalle singole legislazioni statali. Il
matrimonio religioso è atto valido agli effetti civili, ma
in alcuni Stati esso non può essere celebrato senza previa
autorizzazione a contrarre matrimonio da parte dell'autorità
civile.
Canadà. - I matrimoni religiosi celebrati nel Canadà
da un ministro di qualsiasi religione sono validi anche agli effetti
civili.
Non siamo dunque soli in questa determinazione di dare, sotto opportune
cautele, la validità civile al matrimonio religioso. Molti
hanno visto questo problema dal punto di vista metafisico; io lo vedo
anche dal punto di vista della comodità. I comuni in Italia
sono ottomila, le parrocchie quindicimila. Che cosa abbiamo fatto?
Abbiamo dato al cattolico la possibilità, se lo vuole, di fare
la stessa cosa nello stesso tempo e con lo stesso personaggio. Se
ciò incoraggerà, insieme con la diminuita età,
i matrimoni, e se da questi matrimoni nascerà un'abbondante
prole, io ne sarò particolarmente felice.
Veniamo all'insegnamento religioso, contemplato nell'articolo 36
del nostro concordato. L'articolo 10 del concordato lettone dice :
« La Chiesa cattolica ha diritto di fondare e di mantenere le
sue proprie scuole confessionali. Il Governo lettone si impegna a
rispettare il carattere confessionale di queste scuole ».
Il Concordato bavarese all'articolo 4 dice : «La istruzione
religiosa rimane in tutte le scuole superiori e medie come materia
ordinaria, almeno con l'ampiezza attualmente in vigore ». E
segue all'articolo 8: « Sono garantite le lezioni di insegnamento
religioso nelle scuole elementari, medie e superiori ». Paragrafo
2 dello stesso articolo : « Verificandosi inconvenienti nella
vita religiosa e morale degli studenti cattolici, come anche influenze
perniciose o indebite sui medesimi nella scuola e in particolar modo
eventuali offese alla loro fede od ai loro sentimenti religiosi nell'insegnamento,
il Vescovo o un suo delegato hanno diritto di ricorrere alle autorità
scolastiche dello Stato, le quali procureranno di riparare all'inconveniente
».
Notate a questo punto: che ho respinto nella maniera più categorica
la richiesta di introdurre l'insegnamento religioso anche nelle Università.
La Santa Sede si è convinta che sarebbe, allo stato degli atti,
un grave errore.
L'articolo 13 del concordato polacco dice: « In tutte le scuole
pubbliche, ad eccezione delle scuole superiori, l'insegnamento religioso
è obbligatorio. Le autorità ecclesiastiche competenti
sorveglieranno l'insegnamento religioso in ciò che concerne
il suo contenuto e la morale degli insegnanti ».
Articolo 13 del concordato lituano: « In tutte le scuole pubbliche
o sovvenzionate dallo Stato, l'insegnamento religioso è obbligatorio.
L'autorità religiosa competente ne stabilirà il programma
e sceglierà i testi. La nomina degli insegnanti e la sorveglianza
sull'insegnamento religioso, in ciò che concerne il suo contenuto
e la morale degli insegnanti, si effettuerà conformemente al
diritto canonico». Paragrafo 3: «In tutte le scuole pubbliche
o sovvenzionate dallo Stato, lo Stato curerà d'accordo con
gli Ordinari a che gli allievi possano convenientemente adempiere
ai loro doveri religiosi ». Paragrafo 4 : «In ciò
che concerne l'educazione della gioventù cattolica lo Stato
riconosce agli Ordinari i diritti previsti dal canone 1381 e darà
seguito alle rimostranze giustificate degli Ordinari ». Il canone
1381 dice: «Ordinariis locorum jus et officium est vigilandi
ne in quibusvis scholis sui territorii quidquam contra fidem vel bonos
mores tradatur aut fiat ».
L'articolo 37 italiano, corrisponde (in senso più estensivo)
all'articolo 7, paragrafo 2, del concordato bavarese: «Agli
scolari degli istituti elementari medi e superiori, deve esser dato,
d'accordo colle superiori autorità ecclesiastiche, modo opportuno
e conveniente di adempiere i loro doveri religiosi».
Come vedete, anche per queste clausole nulla si può dire che
possa essere interpretato come diminuzione della giurisdizione e sovranità
dello Stato. Escluso dall'Università l'insegnamento religioso,
resta da determinare come questo insegnamento, che è d'altra
parte facoltativo, dovrà svolgersi nelle scuole medie. E evidente
che non potrà svolgersi sotto la semplice specie catechistica.
Bisognerà che si volga sotto la specie morale e storica, perché
deve essere attraente ed interessante, altrimenti potrebbe dare l'effetto
contrario.
Sono arrivato a un altro punto importante del concordato: quello che
concerne l'« Azione cattolica ».
Intanto l'articolo 43 del nostro concordato figura nel concordato
lettone all'articolo 13, che dice : « La Repubblica di Lettonia
non porrà ostacoli all'attività - controllata dall'arcivescovo
di Riga - delle Associazioni cattoliche di Lettonia, le quali avranno
gli stessi diritti che le altre Associazioni riconosciute dallo Stato».
L'articolo 25 del concordato lituano è invece più esplicito
ancora e dice: «Lo Stato accorderà piena libertà
d'organizzazione e di funzionamento alle Associazioni aventi scopi
principalmente religiosi, facenti parte dell'Azione cattolica, e come
tali dipendenti dall'autorità dell'Ordinario».
Ciò precisato, non v'è dubbio che, dopo il concordato
del Laterano, non tutte le voci che si sono levate nel campo cattolico
erano intonate. Taluni hanno cominciato a fare il processo al Risorgimento;
altri ha trovato che la statua di Giordano Bruno a Roma è quasi
offensiva. Bisogna che io dichiari che la statua di Giordano Bruno,
malinconica come il destino di questo frate, resterà dove è.
E vero che quando fu collocata in Campo di Fiori, ci furono delle
proteste violentissime; perfino Ruggero Bonghi era contrario, e fu
fischiato dagli studenti di Roma; ma ormai ho l'impressione che parrebbe
di incrudelire contro questo filosofo che, se errò e persisté
nell'errore, pagò.
Naturalmente non è nemmeno da pensare che il monumento a Garibaldi
sul Gianicolo possa avere un'ubicazione diversa. Nemmeno dal punto
di vista del collo del cavallo. Credo che Garibaldi può guardare
tranquillamente da quella parte, perché oggi il suo grande
spirito è placato! Non solo resterà, ma nella stessa
zona sorgerà, a cura del regime fascista, il monumento ad Anita
Garibaldi.
Si è notato che taluni elementi cattolici, specialmente fra
quelli che non hanno tagliato tutti i ponti con le ideologie del Partito
Popolare, stavano intentando dei processi al Risorgimento. Si leggevano
appelli di questo genere: moltiplichiamo le file, stringiamo i ranghi,
serriamo le schiere, ecc., ecc. Naturalmente, di fronte a questo frasario,
si è tratti a domandarsi: ma che cosa succede? E curioso che
in tre mesi io ho sequestrato più giornali cattolici che nei
sette anni precedenti ! Era questo forse l'unico modo per ricondurli
nell'intonazione giusta!
Signori !
Non mi piacciono gli individui che hanno l'aria di sfondare energicamente
delle porte che sono già state energicamente sfondate! Così
taluni elementi avevano l'aria preoccupata, tragica, come per difendersi
da pericoli che non esistono. Ragione per cui è opportuno,
anche in questa sede, di far sapere che il regime è vigilante,
e che nulla gli sfugge. Nessuno creda che l'ultimo fogliucolo che
esca dall'ultima parrocchia non sia conosciuto da Mussolini. Non permetteremo
resurrezioni di partiti o di organizzazioni che abbiamo per sempre
distrutti.
Ognuno si ricordi che il regime fascista, quando impegna una battaglia,
la conduce a fondo e lascia dietro di sé il deserto. Né
si pensi di negare il carattere morale dello Stato fascista, perché
io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di
rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe
lo Stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è
quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso
riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato?
Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto
della rivolta o del disprezzo. Lo Stato fascista rivendica in pieno
il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è
fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista.
Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma
nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci
le carte in tavola.
Ognuno pensi che non ha di fronte a sé lo Stato agnostico demoliberale,
una specie di materasso sul quale tutti passavano a vicenda; ma ha
dinanzi a sé uno Stato che è conscio della sua missione
e che rappresenta un popolo che cammina, uno Stato che trasforma questo
popolo continuamente, anche nel suo aspetto fisico. A questo popolo
lo Stato deve dire delle grandi parole, agitate delle grandi idee
e dei grandi problemi, non fare soltanto dell'ordinaria amministrazione.
Per questa anche dei piccoli ministri dei piccoli tempi erano sufficienti.
Onorevoli camerati !
Voi avete inteso, e soprattutto deve avere inteso il popolo italiano,
devono avere inteso i nostri fascisti, i migliori dei nostri camerati,
che costituiscono sempre la spina dorsale del regime. Ho parlato netto
e chiaro per il popolo italiano: credo che il popolo italiano mi intenderà.
Con gli atti dell' 11 febbraio, il fascismo raccomanda il suo nome
ai secoli che verranno. Quando, nel punto culminante delle trattative,
Camillo Cavour, ansioso, raccomandava a padre Passaglia : «Portatemi
il ramoscello d'olivo prima della Pasqua», egli sentiva che
questa era la suprema esigenza della coscienza e del divenire della
rivoluzione nazionale. Oggi, onorevoli camerati, noi possiamo portare
questo ramoscello d'olivo sulla tomba del grande costruttore dell'unità
italiana, perché soltanto oggi la sua speranza è realizzata,
il suo voto è compiuto!
(Dagli Atti del Parlamento italiano. Camera dei deputati.
Discussioni. . Anno 1929 - Volume I, pag. 129-154 pagg. 129-154).
E abbastanza singolare il dotto studio di Carlini in "Filosofia
e religione nel pensiero di Mussolini" (Ist. Fasc. di Cultura,
Roma, XII, pp.38-39). "E però domandiamo: quella teoria
immanentistica è in accordo con ciò che consta del pensiero
e dell'azione mussoliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti
in precedenza, e però rispondiamo: non consta; anzi consta
il contrario. Diciamo meglio e di più: quel che consta è
un'impostazione del problema politico religioso in termini del tutto
nuovi e fecondi di sviluppi nell'avvenire della coscienza politico-religiosa,
non soltanto negli italiani, ma dell'uomo semplicemente, in universale.
Lo stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che,
fra tutte le religioni esistenti, quella Cattolica è più
delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi fini: per
la spiritialità ch'è alla base del cristianesimo, e
per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo
quegli stessi principi di disciplina, di gerarchia, di obbedienza
all'autorità, che sono alla base della concezione politica
del Fascismo.
Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo accordo della coscienza
religiosa con la coscienza politica degli italiani"
FINE TERZA PARTE