"Onorevoli camerati !
"Non è per una ovvia consuetudine che io comincio il mio
discorso col mandare un ringraziamento alla Commissione dei diciotto
che ha esaminato i disegni di legge, e particolarmente ai relatore onorevole
Solmi, che ha compiuto opera sotto ogni aspetto egregia. Così
pure voglio sottolineare la serenità e l'importanza della discussione
che su questo delicato argomento si è svolta, e, come anticipazione,
in sede di discussione sull'indirizzo di risposta ai discorso della
Corona, e in sede di discussione dei disegni di legge.
Mi rammarico di non aver potuto ascoltare tutti i discorsi; però
li ho letti nei testi stenografici e saranno tutti raccolti a mia cura
e pubblicati dalla Libreria dei Littorio. La nazione italiana deve sapere
che la discussione s'è svolta con grande dottrina, con fervida
passione e che è stata degna dei temperamento politico di quest'Assemblea.
Dico politico, poiché tale è la parola che definisce quest'Assemblea.
Il giorno in cui questa parola non avesse più
senso, la sorte dell'Assemblea sarebbe segnata.
Tuttavia mi sia concesso di riprendere la formula con la quale l'onorevole
Solmi chiudeva il discorso nella seduta di sabato. Egli ha detto «
Chiesa libera e sovrana; Stato libero e sovrano ». Possiamo trovarci
di fronte a un equivoco : è urgente quindi chiarire le idee.
Questa formula potrebbe far credere che ci sia la coesistenza di due
sovranità. Un conto è la città del Vaticano, un
conto è il Regno d'Italia, che è lo Stato italiano. Bisogna
persuadersi che tra lo Stato e la città dei Vaticano c'è
una distanza che si può valutare a migliaia di chilometri, anche
se per avventura bastano cinque minuti per andare a vedere questo Stato
e dieci per percorrerne i confini. (Approvazioni).
Vi sono quindi due sovranità ben distinte, ben differenziate,
perfettamente e reciprocamente riconosciute. Ma, nello Stato, la Chiesa
non è sovrana e non è nemmeno libera. Non è sovrana
per la « contraddizione che nol consente »; non è
nemmeno libera, perché nelle sue istituzioni e nei suoi uomini
è sottoposta alla leggi generali dallo Stato ad è anche
sottoposta alla clausola speciali dal concordato. Ragion per cui la
situazione può essere così definita: Stato sovrano nel
Regno d'Italia; Chiesa cattolica, con certe preminenze lealmente a volontariamente
riconosciuta; libera ammissione dagli altri culti. Ciò precisato
- ed io ritengo cha questa precisazione non vi sia dispiaciuta - passo
innanzi nel mio preambolo.
Il mio discorso sarà analitico a documentato.
D'altra parta, noi abbiamo posto fina ad una questione cha -ha affaticato
non i decenni, ma i secoli. Non c'è nessuna esagerazione retorica
nel dire cha per la Questione romana sono corsi fiumi d'inchiostro e
si sono stampate montagne di carta. Il Signor Bastgen, tedesco, durante
la guerra si è sottoposto alla fatica di raccogliere tutti i
documenti concernenti la Questione romana. Ne sono usciti tra volumi
ponderosi ad un supplemento di quattrocento pagina. Li ho letti tutti
e ho potuto constatare che l'elenco non è completo, anche perché
questo autore si è fermato al 1919. Mancano molti documenti cha
figurano, ad esempio, nel Libro Verde, diramato nel 1870 dal ministro
dagli Esteri del tempo, Visconti Venosta. Si calcola che non meno di
mille siano i progetti cha, a distanza di tempo, sono stati lanciati
all'opinione pubblica per risolvere la Questione romana : progetti seri
a progetti strampalati, a seconda dei temperamenti e dei climi. Si era
finito par concludere cha la Questione romana era uno di quei problemi
statici, cronici, cha non hanno soluzione, coma la quadratura dal circolo.
Si aggiungeva cha questa soluzione non potava avvenire in regime fascista,
perché il nostro è un regime dittatoriale, perché
ha fatto tabula rasa di molta ideologie, perché la vecchia diplomazia
vaticana, onusta dalla esperienze di due millenni, non avrebbe dato
credito al regime cha ha dieci anni di vita a sette di governo.
Il giorno stesso in cui si firmavano gli accordi del Laterano, qualcuno,
nella sua trionfante e obesa stupidità con sicumera quasi dogmatica,
diceva cha egli non credeva alla possibilità di questo evento.
Viceversa, l'evento era già compiuto, realizzato. Sorpresa, giubilo,
commozione, campana, fanfara, bandiere. A tre mesi di distanza questi
ardori si sono naturalmente attenuati. Io vi farò quindi il discorso
mano lirico possibile, il più freddo possibile; e sono sicuro
che non vi stupirete se qua a là vedrete spuntare gli artigli
della polemica.
Giova premettere ancora cha non v'è stata nessuna
improvvisazione, nessuna precipitazione, nessun miracolo. Vi è
stato il logico risultato di determinate premesse storiche, morali e
politiche. Io ho continuato la strada che molti avevano percorsa fino
ad un certo punto: essi non arrivarono in fondo, il fascismo v'è
arrivato! Ma tutto, nella storia, si tiene, e se la natura non fa dei
salti nel mondo fisico, non ne fa nemmeno nella storia degli uomini.
Prima constatazione : l'Italia ha il privilegio singolare,
di cui dobbiamo andare orgogliosi, di essere l'unica nazione europea
che è, sede di una religione universale. Questa religione è
nata nella Palestina, ma è diventata cattolica a Roma. Se fosse
rimasta nella Palestina, molto probabilmente sarebbe stata una dalle
tante sette che fiorivano in quell'ambiente arroventato, come ad esempio
quelle dagli Essani e dei Terapeuti, e molto probabilmente si sarebbe
spenta, senza lasciare traccia di sé. Il nostro collega Orano
non ama i precursori e si batte valentemente contro il pracursorismo.
Non si dorrà, dunque, se io, che ho letto nella prima e nella
seconda edizione il suo pregevole libro “Cristo e Quirino”,
gli ricordo che agli stesso addita un precursore dal cristianesimi nel
poeta Orazio. Recentemente, un noto letterato, cha ha scritto una storia
di Cristo molto famosa, ma forse non troppo cristiana, nel suo libro
“Gli operai della vigna”, ritiene che ci siano altri due
precursori del cristianesimo: Virgilio, e questo nome non vi stupisca,
e Giulio Cesare, é questo forse vi potrebbe stupire di più.
Avendo ripensato la vita di questo straordinario Capitano,
conquistatore dalla Gallie, e avendo avuto occasione di rileggere in
questi ultimi tempi l'apologia di Giulio Cesare, fatta nel XVII secolo
dal Guarino, mi sono convinto cha veramente quest'uomo era di una singolare
bontà : è forse il primo romano cha ha il senso del prossimo.
Quei formidabili inglesi dall'antichità che furono i romani,
avevano la formula : « Io, ancora io, poi il mio cane, e finalmente
il mio prossimo ». Non è varo, però, cha questa
sia la formula di vita dai nostri amici inglesi contemporanei.
L'altruismo romano non usciva dai confini dalla “gens romana”;
tutto il resto era barbaro, spregevole. Comunque, sta di fatto, e su
questa constatazione tutti possiamo essere concordi, che il cristianesimo
trova il suo ambiente favorevole in Roma. Lo trova, prima di tutto,
nella lassitudine della classi dirigenti a delle famiglia consolari,
che ai tempi di Augusto arano diventate stracche, grasse a sterili,
e lo trova, soprattutto, nel brulicante formicaio dell'umanità
levantina che affliggeva il sottosuolo sociale di Roma, e per la quale
un discorso come quello della Montagna apriva gli orizzonti dalla rivolta
a dalla rivendicazione.
Ma da queste constatazioni non bisogna parò trarre illazioni
d'ordine contemporaneo. Qui è l'errore di qualche polemista,
cha su questo argomento ha dissertato in questi ultimi giorni. Bisogna
distinguere le mèta a la funzioni dal proselitismo chiesastico
dagli ideali dalla nostra conquista imperiale.
Altra constatazione : nei primi otto secoli dal cristianesimo non vi
è traccia di principato civile nella storia della Chiesa : ci
sono soltanto, specialmente durante e dopo Costantino, alcune proprietà
più o meno vaste che formano il nucleo primigenio del Patrimonio
di San Pietro. Documenti dell'epoca assicurano che queste proprietà
vennero lasciate da religiose, pietose persone non solo a Roma, ma in
varie parti d'Italia e anche da individui che avevano bisogno di farsi
perdonare i loro delitti e le loro ruberie.
Del resto la storia più sommaria ci dice che nei primi tre secoli
il cristianesimo fu la religione di una minoranza mal conosciuta, mal
tollerata e finalmente nonché intermittentemente perseguitata
dagli imperatori. E solo negli anni 311-313 che viene elargita prima
da Galerio, poi da Costantino e Licinio, col famoso editto di Milano,
la libertà religiosa ai cristiani. Questo evento coincide colla
terribile strage di tutti i discendenti delle vecchie famiglie imperiali
- uomini, donne, fanciulli - ordinata da Licinio, dopo la disfatta e
il suicidio di Massimino. Quindici secoli dopo, è accaduto qualche
cosa di similmente orrendo in Russia, colla strage di tutti i Romanoff.
E Costantino che introduce il foro ecclesiastico. Talune delle agevolazioni
concesse ai cristiani sul terreno civile daranno materia ai futuri concordati
stipulati dalla Chiesa colle autorità civili. E solo attraverso
le negoziazioni e gli atti tra Carlo Magno e Leone III si costituisce
il principato civile dei Pontefici romani. Questo dura dieci secoli.
Ma intanto, qual'è la situazione?
Roma non è più la capitale dell'impero, e nemmeno la capitale
politica d'Italia; è la capitale religiosa di tutti gli italiani,
di tutti i cattolici del mondo, ed è la capitale politica di
quel piccolo Stato che è lo Stato pontificio. Dieci secoli di
guerre, di paci, di disordini, di tumulti, di grandi eventi, di grandi
miserie. Tre fatti dominano questo lungo percorso storico: la Riforma,
il concilio di Trento e la cattività avignonese. Alla fine del
decimottavo secolo, dopo la rivoluzione francese, due Stati, in Italia,
si trovavano dolenti per consunzione dei loro tessuti organici: la Repubblica
di Venezia e lo Stato pontificio.
La rivoluzione francese doveva urtare, dopo aver fatto
tabula rasa di tutte le istituzioni religiose di Francia, contro lo
Stato pontificio : e ciò accade nel 1796.
E’ il generale Bonaparte che suscita gli entusiasmi unitari degli
italiani, appoggiandoli con le baionette.
E’ il generale Bonaparte che, in data 26 settembre del 1796, manda
un messaggio ardentissimo al Senato di Bologna; che scrive, il 7 ottobre,
agli abitanti di Reggio: «Coraggio, bravi abitanti di Reggio,
formatevi in battaglioni, organizzatevi, correte alle armi; è
giunto finalmente il tempo in cui anche l'Italia sia annoverata fra
le nazioni libere e potenti ».
E il 10 dicembre dello stesso anno invia al congresso di Stato della
Lombardia un proclama: « Se l'Italia vuole essere libera, chi
mai potrà impedirglielo? ».
Il 1° gennaio del 1797, al congresso cispadano: « La misera
Italia è da lungo tempo cancellata dalla carta delle potenze
di Europa. Se gli italiani di oggi sono degni di riconquistare i loro
diritti e di darsi un libero governo, si vedrà un giorno la loro
patria figurare gloriosamente tra le potenze del mondo. Ma non dimenticate
- aggiungeva - che le leggi nulla valgono senza la forza ».
Questi proclami suscitarono un entusiasmo immenso.
Il non ancora ventenne Ugo Foscolo scriveva l'ode a “Bonaparte
liberatore”. Osservate il contrasto tra le forze irrompenti dalla
rivoluzione e lo Stato pontificio: contrasto che aveva condotto all'armistizio
di Bologna, alle trattative di pace di Firenze, rinnegate poi dal Papa,
il quale sperava nel soccorso dell'Austria, che si faceva regolarmente
battere, e nel soccorso del Borbone di Napoli, che si ritirava sentendo
il vento infido. Le Somme Chiavi erano nelle mani di un Papa incerto
e oscillante, che non si rendeva ragione degli avvenimenti, di un cardinale
che si chiamava Busca e di alcuni generali assai curiosi. Uno di essi,
il Colli, si dimenticava i battaglioni, come noi potremmo dimenticare
le chiavi di casa.
Accadde che al fiume Senio, nei pressi di Castelbolognese,
fossero schierati due eserciti: quello pontificio era raccogliticcio,
senza quadri. C'era un proclama col quale si imponeva agli oziosi e
ai vagabondi di andare sotto le bandiere, che furono portate e benedette
in San Pietro; in una fu inciso il motto di Costantino : « In
hoc signo vinces ». Alcuni ufficiali si presentarono ai franco-italiani
- poiché non bisogna dimenticare che c'erano già degli
italiani in queste truppe napoleoniche - e fecero sapere che, se l'indomani
mattina le truppe francesi avessero varcato il fiume, si sarebbe fatto
fuoco.
Gli ufficiali dell'altra parte risposero che prendevano atto di questa
gentile comunicazione, che intanto andavano a dormire e che di ciò
si sarebbe riparlato al mattino. Al mattino accadde una tale fuga che
tutto fu perduto: cannoni, uomini, stendardi; l'esercito si squagliò
come neve al sole d'agosto. Dov'era il generale? A colazione a Roma
dal duca Braschi, mentre l'altro generale, che doveva difendere Ancona,
si poté ritrovare dopo molte e laboriose ricerche, in una casa
di nobili signori mentre egli stava riavviandosi le abbondanti chiome.
Questi episodi vi dimostrano che non c'era più consistenza nel
tessuto, che tutto andava sfilacciandosi e perdendosi. Bisogna considerare
la pace di Tolentino del 19 febbraio 1799 come il primo colpo di campana
funebre, che segnò l'inizio dell'agonia del principato civile
del papato. Bisogna soffermarsi qualche istante per esaminare qual è
stato l'atteggiamento di Napoleone nei confronti della Santa Sede. In
un primo momento egli la rispetta, non occupa Roma, si ferma a Tolentino;
malgrado le sollecitazioni atee e anticlericali del Direttorio, egli
non spinge la sua azione fino in fondo. Difatti, nel concordato del
1801, si stabiliscono dei patti fra Pio VII e la Repubblica francese.
La Chiesa, in quel momento, era così debole che rinunziò,
in favore del Primo console, alla nomina dei vescovi, come risulta dall'articolo
4 del congresso. Nel concordato di due anni dopo con la Repubblica italiana
è detto : « La religione cattolica apostolica romana continua
ad essere la religione della Repubblica italiana ».
In un secondo tempo, Napoleone ritiene che il Papa possa giovare ai
suoi piani di egemonia mondiale. Ma Pio VII gli fa sapere : «Se
resto a Roma, sono il Papa; se mi trasportate a Parigi, voi non avrete
che il monaco Barnabò Chiaramonti ».
E il momento in cui il Papa va a Parigi per incoronare l'imperatore.
Tutti ricordano le fasi di questo viaggio avventuroso:
l'incontro fortuito tra Napoleone e il Papa, la cerimonia dell'incoronazione,
quando Napoleone si fece attendere un'ora e mezzo, e parve annoiatissimo
durante tutto il tempo della cerimonia, e non volle la corona dal Papa,
ma da se stesso se la pose in testa. In questo momento Napoleone ritiene
che il Papato gli possa giovare. Quando intavola negoziati, dichiara
ai suoi ambasciatori: «Supponete che il Pontefice abbia dietro
di sé duecentomila uomini ». Ma poi, siccome quello del
Pontefice era un principato civile con territori, con porti, con una
neutralità che era più o meno rispettata, ma sulla quale
Napoleone, ad ogni modo, vigilava attentissimo, siccome tutto poteva
nuocere o giovare a Napoleone nello svolgimento delle sue interminabili
guerre, entriamo nella terza fase dei rapporti tra lo Stato pontificio
e Napoleone, fase della rottura : piena, clamorosa, completa.
Vi prego però di considerare che quando Napoleone
emanò a Schónbrunn, nel maggio 1809, il suo famoso proclama,
nemmeno allora si spinse sino a Roma. Difatti:
All'articolo 1 dice: « Lo Stato del Papa è unito all'Impero
francese ».
All'articolo 2: « La città di Roma, prima sede del cristianesimo,
e sì celebre per antiche memorie e grandi monumenti che tuttora
conserva, è dichiarata città imperiale e libera. Il Governo
e l'amministrazione di essa saranno determinati da un particolare statuto
». All'articolo 6: « Le proprietà e i palazzi del
Papa, non solo non saranno sottoposti ad imposizione, giurisdizione
o a visita alcuna, ma godranno inoltre di immunità speciale ».
Voi sentite in questo decreto imperiale qualche cosa
che vi ricorda la legge delle guarentigie del 1871. Pio VII risponde
colla scomunica e Napoleone il 6 luglio dello stesso anno replica colla
violenta cattura del Papa. Tuttavia Napoleone sembra riconoscere il
suo errore, quando ritiene che il Papa debba essere lasciato a Roma.
« Il Papa - egli dice - deve stare a Roma. Anzitutto perché
non voglio essere il capo ecclesiastico della nazione. Si è troppo
ridicoleggiato Robespierre. E poi, soprattutto, perché il Papa
è il solo che possa aiutarmi nella mia opera di pacificazione
interna e di espansione all'estero. Non quello che può stare
a Berlino o a Vienna: il Papa è colui che sta in Vaticano: e
non è come se fosse a Parigi. Forse che se il Papa fosse a Parigi
i viennesi e gli spagnoli seguirebbero le sue decisioni? Ed io le seguirei
forse s'egli fosse a Vienna o a Madrid? ».
Nel 1813, abbiamo l'ultimo concordato fra la Santa
Sede e Napoleone; ma può essere interessante notare che questo
concordato non durò più di due mesi. Pio VII lo denunciò
ammettendo, tra grandi lamentazioni, di essersi « sbagliato ».
Il giudizio sulla politica ecclesiastica di Napoleone è dato
dal ministro Talleyrand, l'obliquo e astuto Talleyrand, che non può
essere disgiunto dalla storia movimentatissima di quel periodo storico.
Egli dice, nel secondo volume delle sue memorie : « La distruzione
del potere temporale del Papa con l'assorbimento dello Stato romano
nel grande Impero era, politicamente parlando, un errore gravissimo.
Salta agli occhi che il capo di una religione universalmente diffusa
come la cattolica, ha bisogno della più perfetta indipendenza
per esercitare imparzialmente il suo potere e la sua influenza. Nello
stato attuale del mondo, in mezzo alle divisioni territoriali, create
dai tempi, e alle complicazioni politiche risultanti dalla civiltà,
quest'indipendenza non può esistere senza le garanzie di una
sovranità temporale. Era insensato da parte di Napoleone il pretendere
di fare del Santo Padre un vescovo francese. Che cosa sarebbe diventato
allora il cattolicismo di tutti i paesi che non facevano parte dell'Impero
francese? ».
Del resto, lo stesso Napoleone, nelle istruzioni al
re di Roma, così giudicava la sua politica: « Le idee religiose
hanno ancora molto impero, più di quanto non si creda da taluni
filosofi. Esse possono rendere grandi servizi all'umanità. Essendo
d'accordo col Papa - egli diceva - si domina ancora oggi la coscienza
di cento milioni di uomini ».
Caduta di Napoleone. Congresso della Santa Alleanza.
Ristabilimento del potere temporale dei Papi. Ma questo potere aveva
già del piombo nell'ala; esso era già condannato dalla
rivoluzione italiana, che continua, che ha i suoi episodi gloriosi del
'20, del '21, del '31. La repressione molto severa delle Romagne non
basta a fermare il moto. E' nel '43 che Gioberti stampa, a Bruxelles,
il suo famoso libro : "Del primato civile e morale degli italiani".
Nel '44, i fratelli Bandiera hanno la sublime malinconia di andare a
morire combattendo contro i Borboni nelle Calabrie. Nel '44 escono il
libro di Balbo : "Le speranze d'Italia”; e quello di D'Azeglio:
“Sugli ultimi casi di Romagna”. Nel '46, sale alla tiara
Pio IX.
Voi tutti conoscete l'entusiasmo immenso che i primi atti di questo
Pontefice suscitarono nel mondo italiano e cattolico e le delusioni
che ne seguirono, quando il Papa, nell'inverno del 1848, dopo l'assassinio
di Pellegrino Rossi, se ne andò a Gaeta. Tutte le potenze di
Europa gli offersero ospitalità : la Repubblica francese gli
offerse asilo; il Consiglio generale di Vaucluse gli offerse Avignone;
il re di Sardegna incaricò il vescovo di Savona, monsignor Ricci
di Netro, e il marchese di Montezemolo di offrirgli Nizza; il ministro
degli Esteri spagnolo, don Pedro y Pidal, mandò una nota alle
potenze per la convocazione di un congresso per fissare la sede del
Papa. Altri Stati, come il Brasile, il Messico, l'Australia, gli offersero
ospitalità.
Nel 1870 nessuno Stato offerse ospitalità al Papa, come vi dirò
tra poco. Ma, intanto, la Repubblica romana, dopo aver organizzato il
Governo, si trovò ancora di fronte alle difficoltà della
coesistenza di due poteri nella stessa sede.
Vediamo come fu fronteggiato questo problema. Alle ore una del 9 febbraio
1849, sotto la presidenza del generale Galletti (e vi erano, tra i segretari
della Costituente, persone egregie, e, tra gli altri, Quirico Filopanti,
il cui nome suscita ancora qualche eco nelle terre di Bologna), si decretava:
«Il Papa è decaduto di diritto e di fatto dal governo temporale
dello Stato romano ». Sta bene. Ma l'articolo 2 del decreto aggiungeva
: « Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie
per l'indipendenza nell'esercizio della sua potestà spirituale
». Questo parve troppo ad un signor Gabussi, deputato di Civitavecchia
alla Costituente, il quale così insorse : « Riconoscere
e constatare nel Papa il diritto di sedere in Roma come Pontefice, fu
un pessimo, rovinoso precedente ».
Singolare anche quanto appare nel progetto di costituzione
della Repubblica romana, discussa nel giugno del 1849, quando i francesi
erano già sotto le mura della città, e si combatteva eroicamente:
in quelle sedute, la Commissione mista preparatoria aveva proposto un
articolo, il 7, così concepito : « La religione cattolica
è la religione dello Stato. Dalla credenza religiosa non dipende
l'esercizio dei diritti civili e politici ».
Ci fu una lunga discussione. Il primo periodo dell'articolo fu respinto
a maggioranza; passò invece l'articolo 8 della costituzione della
Repubblica romana, che così diceva: «Il Capo della Chiesa
cattolica avrà dalla Repubblica le guarentigie necessarie per
l'esercizio indipendente del potere spirituale».
Voi vedete che Napoleone nel primo urto, e la Repubblica romana nel
secondo, hanno sempre dinanzi questo problema : come far sì che
il Papa non sia suddito di alcun potere, perché - come dice De
Maistre - il Papa nasce sovrano. Anche i pochi mesi della Repubblica
romana aggiunsero altro piombo nelle ali del principato civile dei Papi.
Siamo all'anno grigio e angoscioso: il '49. La rivoluzione italiana
ha un tempo di arresto; tuttavia, prima ancora della spedizione di Crimea,
ci sono i moti di Milano, disgraziati, e le forche eroiche, e cristiane
anche, di Belfiore. Cavour ha un lampo di genio, quando decide di mandare
le sue truppe in Crimea. Chi tra i due aveva torto? Cavour, che diceva:
«Mandate i piemontesi in Crimea, se volete contare qualche cosa
nel mondo» (e in ciò era appoggiato dalla più potente
apparizione della storia del Risorgimento italiano, parlo di Giuseppe
Garibaldi), o Mazzini, così ostile alla spedizione in Crimea,
che giunse sino a stampare un manifesto, nel quale si consigliavano
i soldati piemontesi a disertare? Aveva ragione Cavour, aveva ragione
Garibaldi. Se il Piemonte non fosse andato in Crimea non sarebbe andato
a Parigi; e se non fosse andato a Parigi, non avrebbe avuto voce nel
concerto delle potenze europee. Si può dire che, andando in Crimea,
fu assicurato nel 1859 lo sviluppo ulteriore della rivoluzione italiana.
Siamo al decennio della storia italiana che si può
chiamare fantastico e per la rapidità degli avvenimenti e per
la loro importanza. Nel '60, la spedizione dei Mille; e i plebisciti.
Perdute le Marche e l'Umbria, il potere temporale dei Papi è
ormai ridotto al Lazio. Nell'ottobre del '60, si può dire che
l'unità della nazione sia compiuta.
A proposito, bisogna aprire una parentesi. L'abbiamo compiuta molte
volte questa unità! Nel 1870 si disse che l'avevamo compiuta
ed era vero; ma poi ci siamo accorti che nel 1918 c'era ancora qualche
cosa da fare.... (Applausi dai colleghi).
Appunto perché sul finire del '60 mancavano
soltanto la Venezia e il Lazio all'unità della patria, il problema
di Roma diventava sempre più spasimoso e urgente. I progetti
fiorivano. I liberali toscani, per esempio, guidati dal Salvagnoli,
se ne andarono a Parigi per proporre a Napoleone di lasciare Roma al
Pontefice, più una striscia sino al mare. Nel febbraio-marzo
1860, Vittorio Emanuele II, a mezzo dell'abate Stellardi, elemosiniere
di Corte, avendo come obiettivo il riordinamento dello Stato pontificio,
proponeva che « il re di Sardegna esercitasse nella Romagna, nell'Umbria
e nelle Marche il potere esecutivo sotto l'alto dominio del Pontefice,
la cui suprema autorità avrebbe formalmente riconosciuta e rispettata
».
L' 11 ottobre 1860, Cavour pronunzia un discorso e dice: «Durante
gli ultimi dodici anni la stella polare di Vittorio Emanuele fu l'aspirazione
all'indipendenza nazionale. Quale sarà questa stella riguardo
a Roma? La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è
di fare che la Città eterna, nella quale venticinque secoli hanno
accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del
Regno italico. Affermai e ripeto che il problema di Roma non può,
a mio avviso, essere sciolto con la sola spada ».
Gli avvenimenti precipitano. Nel dicembre 1860, si
scioglie la Camera; il 27 gennaio 1861, ci sono i comizi elettorali
in tutta la penisola, esclusi il Lazio e la Venezia Euganea; il 19 febbraio
1861, si apre l'ottava legislatura, la prima del Parlamento italiano;
il 26 febbraio 1861, si approva, al Senato, con due voti contrari, un
disegno di legge per la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia.
Il 15 marzo 1861, lo stesso progetto di legge viene approvato ad unanimità
dalla Camera. Il cardinale Antonelli in nome del Pontefice manda in
data 15 aprile una protesta agli Stati. Ma intanto Cavour, come sarà
più ampiamente documentato nei volumi che sono in corso di stampa,
aveva veramente l'angoscia di giungere a una conclusione nelle trattative
col Sommo Pontefice.
Tra il 2 e il 3 febbraio del 1861, Cavour proponeva al cardinale Antonelli,
per mezzo di Omero Bozini di Vercelli, quanto segue
«a) che la Corte romana riconoscesse e consacrasse Vittorio Emanuele
re d'Italia;
«b) che il Papa conservasse il diritto di alta sovranità
sopra il patrimonio di San Pietro, il quale però sarebbe governato
civilmente da Vittorio Emanuele e suoi successori quali vicari del Sommo
Pontefice ».
Ad altre trattative più importanti parteciparono, come ognuno
di voi sa, il padre Passaglia, Diomede Pantaleoni, Antonino Isaia. Queste
trattative falliscono. Il 18 marzo 1861, Pio IX dichiara solennemente
nel Concistoro di respingere qualsiasi conciliazione. Il moto si accelera
ancora di più. Il 25 marzo 1861, Cavour si fa interpellare dal
deputato Audinot e in quella e in una successiva seduta pronuncia due
discorsi che lo pongono nell'empireo degli uomini politici di tutti
i tempi e di tutte le nazioni. Questo freddo piemontese trova accenti
così solenni, così passionali, così ferrei per
rivendicare il diritto dell'Italia su Roma che ancora oggi, a distanza
di sessant'anni, non si possono leggere quelle pagine senza essere pervasi
da una intima, intensa, profonda commozione. Tuttavia egli non disperava
di concludere. Sino all'ultimo momento, quando stava per morire, egli
diceva al frate che lo confessava: « Frate, frate, libera Chiesa
in libero Stato ».
La discussione si concluse con due ordini del giorno.
Quello presentato alla Camera dall'onorevole Boncompagni diceva «La
Camera, udite le dichiarazioni del ministero, considerando che assicurata
la dignità, il decoro e la indipendenza del Pontefice e la piena
libertà della Chiesa, abbia luogo, di concerto con la Francia,
l'applicazione del principio del non intervento e che Roma, Capitale
acclamata dall'opinione nazionale, sia resa all'Italia, passa all'ordine
del giorno ».
Quello presentato dall'onorevole Matteucci al Senato
diceva : « Il Senato, confidando che le dichiarazioni del Governo
del re per la piena e leale applicazione del principio della libertà
religiosa faranno fede alla Francia ed all'intera società cattolica
che l'unione all'Italia di Roma, sua naturale capitale, si compirà
assicurando nel tempo stesso il decoro e l'indipendenza della Chiesa
e del Pontefice, passa all'ordine del giorno ».
In entrambi si parla esplicitamente di garanzie per l'indipendenza del
Papa.
Quale era la tesi di Cavour? Prima di tutto Cavour
era un cattolico, credente e praticante. La sua tesi era questa: non
si poteva andare a Roma con la violenza, la violenza doveva essere la
extrema ratio, bisognava andarvi d'accordo con la Francia poiché
è difficile scindere la politica cavourriana dalla alleanza con
la Francia. Bisognava lasciare al Pontefice un tanto di territorio sul
quale egli fosse sovrano, che la sua sovranità, cioè,
fosse ancorata in un territorio, la Città leonina, per intenderci.
Poi, finalmente, la formula: libera Chiesa in libero Stato.
Ho molto riflettuto su questa formula; ma io credo
che lo stesso Cavour non si rendesse conto di che cosa, in realtà,
questa formula potesse significare. Libera Chiesa in libero Stato! Ma
è possibile? Nelle nazioni cattoliche, no. Le nazioni protestanti
hanno risolto il problema, facendo in modo che il capo dello Stato sia
anche il capo della loro religione, e hanno costituito la Chiesa nazionale.
V'è un solo paese, fra quelli di razza bianca, dove la formula
cavourriana sembra aver trovato la sua applicazione: gli Stati Uniti.
Là veramente lo Stato è libero e sovrano, e le Chiese
sono libere, ma perché? Perché, come ha detto uno studioso
di questi problemi, negli Stati Uniti c'è un polverio di religioni
per cui lo Stato non ne può scegliere nessuna, né proteggerne
alcuna. Io credo invece che Cavour volesse intendere che lo Stato dovesse
essere libero completamente e sovrano in quelle che sono le proprie
attribuzioni, non soltanto però di ordine materiale e pratico,
come si vorrebbe dare ad intendere - e su ciò torneremo tra poco
- e che la Chiesa dovesse essere libera per il suo magistero e per la
sua missione pastorale e spirituale.
Non si può pensare una separazione nettissima tra questi due
enti, perché il cittadino è cattolico e il cattolico è
cittadino. Bisogna dunque determinare i confini tra quelle che sono
le materie miste. D'altra parte la lotta tra la Chiesa e lo Stato è
millenaria: o è l'Imperatore che domina il Papa o è il
Papa che domina l'Imperatore. Negli Stati moderni, negli Stati a solida
organizzazione costituzionale moderna, dato lo sviluppo dei tempi, si
preferisce vivere in regime di concordato. Io credo che Cavour volesse
appunto pensare a una siffatta soluzione del problema dei rapporti tra
la Chiesa e lo Stato.
Siamo all'ultimo decennio, quello che va dal 1860 al
1870. Tentativo disperato di Aspromonte. Due anni dopo le convenzioni
di settembre e conseguente dissidio tra gli uomini che guidavano la
rivoluzione italiana e che fu fortissimo.
Intanto che cosa erano le convenzioni di settembre? Un patto firmato
a Saint Cloud il 15 settembre 1864 tra il Governo italiano e la Francia,
che conteneva queste tre clausole
i. - L'Italia si impegnava a non attaccare il territorio rimasto dopo
il 1860 al Papa e ad impedire, anche con la forza, ogni attacco esteriore
a questo territorio.
2. - La Francia ritirava le sue truppe nel termine di tre anni, man
mano che veniva riorganizzato l'esercito pontificio.
3. - Il Governo italiano consentiva la costituzione di questo esercito
composto di stranieri.
Parve in quel momento che il Governo italiano, il quale stava per trasportare
la sua capitale a Firenze, avesse rinunziato alla conquista di Roma.
Garibaldi, da Caprera, insorse, e, in data 10 ottobre 1864, scriveva
« che i colpevoli cerchino di trovare dei complici è naturale,
ma che mi si voglia immergere nel fango da uomini che sporcano l'Italia
con le convenzioni del 15 settembre, non me l'aspettavo. Con Bonaparte
non v'è che una sola condizione possibile: purificare il nostro
paese dalla sua presenza, non in due anni, ma in due ore ».
Naturalmente Mazzini, come sempre esagitato e profetico,
rincarava la dose, e diceva: «Poche e chiare parole, la convenzione
fra il Governo nazionale e Luigi Napoleone concernente Roma tradisce
le dichiarazioni del Parlamento, tradisce le dichiarazioni governative
ripetute successivamente dai ministri che tennero dietro a Cavour, tradisce
le dichiarazioni contenute nei plebisciti che formarono il Regno d'Italia:
plebisciti, Governo, Parlamento, hanno decretato che l'Italia sarebbe
una e che Roma ne sarebbe la metropoli». E più oltre: «
La scelta arbitraria di Firenze a metropoli, irrita giustamente Torino,
la cui tradizione non deve cedere che alla tradizione storica italo-europea,
immedesimata in Roma. Il Governo aveva pensato a Napoli, ma bisognava
che il trionfo di Luigi Napoleone non avesse termine ».
Ancora una volta e a distanza di tempo chi aveva ragione? Aveva ragione
la Destra, cioè il Governo italiano. Aveva ragione la Destra
andando a Firenze, perché si avvicinava a Roma. Aveva ragione
la Destra facendo il patto con la Francia, perché era importante
che, nella eventualità di andare a Roma non si dovesse incontrare
l'esercito francese, ma un esercito volontario, raccolto qua e là
in tutti i paesi d'Europa. Questo facilitava naturalmente il compito
della rivoluzione nazionale. Tuttavia, nel 1867, vi è il tentativo
di Mentana, nel 1870 siamo alla conclusione, alla prima conclusione.
In che modo?
Il 2 agosto, la Francia ritira le sue truppe, quelle che aveva mandato
prima e dopo Mentana. Roma è presidiata da un esercito di stranieri
- pochissimi gli italiani - guidati da un generale straniero, il Kanzler.
L'8 settembre, c'è là missione di Ponza di San Martino,
che va a Roma per portare una lettera al Santo Padre. II Presidente
del Consiglio, nella lettera accompagnatoria, affermava:
Il Governo del re e le sue forze si restringono assolutamente a un'azione
conservatrice e a tutelare i diritti imprescrittibili dei romani e dell'interesse
che ha il mondo cattolico all'intera indipendenza del Sommo Pontefice.
Lasciando non pregiudicata ogni questione politica che possa essere
sollevata dalle manifestazioni libere e pacifiche del popolo romano,
il Governo del re è fermo nell'assicurare le garanzie necessarie
alla indipendenza spirituale della Santa Sede. Il Capo della cattolicità
troverà nella popolazione italiana una profonda devozione e conserverà
sulle sponde del Tevere una sede gloriosa e indipendente da ogni umana
sovranità ».
Questo era il Presidente del Consiglio Giovanni Lanza.
Sua Maestà il re Vittorio Emanuele Il diceva le stesse cose.
Nella sua lettera al Sommo Pontefice, parlava del « Capo della
cattolicità, circondato dalla devozione del popolo italiano,
che doveva conservare sulle sponde del Tevere una sede gloriosa e indipendente
da ogni umana sovranità ».
FINE PRIMA PARTE
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