Lunghissimo discorso di Mussolini al Parlamento sui Patti Lateranensi Parte 3

pio-xi-patti-lateranensi-mussoliniTutti i giornali dell’epoca avvertivano essere ora di concludere e che, essendo oramai tutte le potenze civili rappresentate presso il Vaticano, era veramente, alla fine, grottesco che non vi fosse rappresentata la potenza italiana. Si pubblicarono degli opuscoli curiosi, in quel periodo di tempo. Uno di questi opuscoli, a firma Constantinus .(qualcuno volle vedervi sotto un eminentissimo personaggio della Corte Vaticana, ma in realtà si trattava di un importante personaggio sì, ma laico), annunziava e proponeva uno schema di trattato di pace tra l’Italia e la Santa Sede.
All’articolo 2 diceva : « Le Alte Parti contraenti si dichiarano a vicenda di riconoscere pacifica la situazione territoriale determinatasi dopo quell’epoca, salvo quanto è stabilito nel seguente trattato ». Quindi, uno stato di fatto che doveva diventare uno stato di diritto.

Di notevole importanza un opuscolo intitolato: Il Partito Popolare (quello defunto) e la “Questione romana”, nel quale si affermava cha bisognava riconoscere la sovranità dalla Santa Seda sui palazzi vaticani.
Altro avvenimento di maggiora importanza fu la deliberazione con cui il Papa non faceva più protesta per visite di sovrani cattolici a Roma. Eravamo entrati in un. periodo di distensione dei nervi. Questa distensione si accrebbe con l’assunzione alle Somme Chiavi di Papa Achille Ratti, quando, per la prima volta dopo il 1870, il Papa apparve alla loggia esterna di San Pietro a benedisse la folla immensa.
Gli italiani ebbero l’impressiona che, con questo Pontefice, qualche cosa si sarebbe concluso. E, naturalmente, la speranza precedettero gli eventi a si credette che la cosa sarebbe stata facile, semplice, rapida. Si pensava che il nuovo Papa non avrebbe insistito sulla posizione ormai tradizionale di tutti i Pontefici. Errore. Difatti, nella prima Enciclica di Pio XI, il punto di vista riaffermato continuamente dalla Santa Sede veniva ancora una volta illustrato. Si ricordavano in essa la natura divina della sovranità pontificia, gli inviolabili diritti della coscienze di milioni di fedeli in tutto il mondo e la necessità che questa stessa sovranità non apparisse soggetta ad alcuna umana autorità o legge, sia pure una legge che portasse della guarentigia per la libertà del Romano Pontefice, ma fosse dal tutto indipendente a tale anche manifestamente apparisse. « Noi – diceva – eredi e depositari del pensiero dei nostri venerati antecessori, come essi investiti dell’unica autorità competente nella gravissima materia e responsabili davanti a Dio, Noi protestiamo, come abbiamo sempre protestato, contro tali condizioni di cose, a difesa dei diritti della dignità della Apostolica Sede, non già per una vana terrena ambizione, di cui arrossiremmo, ma per puro debito di coscienza ».

Intanto il Fascismo faceva una politica religiosa, sanamente religiosa. I fatti di questa politica vi sono stati prospettati qui da molti oratori; non avevamo fobìe, né scrupoli. Giustamente l’onorevole Farinacci ha ricordato che il fascismo fu il primo a proteggere le processioni; grandi centenari si svolsero nella più grande tranquillità; l’anno dal Giubileo fu perfetto. Fascisti dalla prima ora, coma l’onorevole Arpinati, figuravano nel comitato per il congresso eucaristico a Bologna. Politica sincera, risultato di posizioni dottrinali nettamente stabilite.
Si andò anche più in là : si cercò di rivedere tutta la materia della legislazione ecclesiastica. Giustamente, bisogna riconoscere, i Papi si dolevano della legislazione antiecclesiastica del vecchio Piemonte. Questa è durata da quando il Siccardi, nel giugno 1850, volle abolito il Foro ecclesiastico, fino a quando nel 1873, si soppressero la ultima Facoltà teologiche nelle Università regia. La Santa Sede aveva un po’ ragione di sospettare, davanti a manifestazioni di una politica e di una legislazione assolutamente antireligiosa e antiecclesiastica.
Tuttavia, quando pareva si dovesse concludere, il 18 febbraio 1926, riferendosi ai lavori compiuti dalla commissiona mista par la riforma della legislazione ecclesiastica, il Papa affermava «che nessuna conveniente trattativa, nessun legittimo accordo aveva avuto luogo, né poteva aver luogo, finché durasse l’iniqua condizione fatta alla Santa Sede e al Romano Pontefice».
Voi vedete da queste citazioni cea la intransigenza dei Papi da questo punto di vista è stata sempre immutabile.
Questa ultima dichiarazione dal Papa ha la data dal 18 febbraio 1926. Siamo nell’anno in cui cominciano la trattativa. Nell’estate del 1926, io non pensavo, a dirvelo schiettamente, a risolvere la Questione romana. C’era un problema che mi angustiava in quell’epoca: il problema dalla lira. Sentivo quel problema come uno dai problemi dal regime, dal prestigio, della dignità, dalla solidità dal regime. E ancora oggi, su questo campo, sono intrattabile a inesorabile.
Apro una parentesi par mandare un saluto reverente alla memoria dal professor Barone, uno della commissiona dei diciotto, giurista di alta fama, fascista, il quale si era dato a queste trattativa con un’ansia, con un fervore a con una diligenza d’italiano e di fascista veramente ammirevoli.
Si può dire cha egli è morto sulla breccia, tanta era l’ansia, con cui seguiva queste lunghe faticose trattativa.
Dal suo diario, che io possiedo, risulta che, in data 5 agosto 1926, un monsignore manifestò al professor Barone la possibilità di iniziare trattativa per risolvere la Questione romana. Nell’agosto ’26, si ha un colloquio Barone-Pacelli. Il 23 agosto ’26 il consigliere Barone, a seguito di due precedenti colloqui, espone, in un suo rapporto scritto, quali siano i capisaldi dai propositi della Santa Sede par la sistemazione dalla Questione romana. Il 4 ottobre 1926, Mussolini consegna al consigliera Barone un autografo col quale lo incarica di chiedere alla Santa Sede a quali condizioni sia disposta ad addivenire ad una amichevole, generale, definitiva sistemazione dei suoi rapporti con lo Stato italiano. Il 6 ottobre, il cardinale Gasparri scriva a Pacelli rispondendo, in massima, in modo affermativo alla richiesta. Trattative in ottobre, novembre, dicembre. Il 10 dicembre 1926, Sua Maestà il re autorizza l’apertura dalle trattativa ufficiali. In data 30 agosto del 1926, così il compianto Barone mi riferiva: «Ho creduto doveroso di richiamare l’attenzione di V. E. sulla possibilità di un accordo per la sistemazione dei rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede a seguito della segnalazione fattami al riguardo da un Prelato che gode in Vaticano un’alta posizione, e delle conversazioni che ho avuto per le iniziative medesime con l’avvocato Francesco Pacelli, che tra i legati della Santa Sede è quello che gode più direttamente la piena fiducia del Sommo Pontefice ».

Più oltre : « V. E. ha segnato una sola pregiudiziale, quella cioè che, giungendosi ad un accordo, la Santa Sede riconosca con esso la definitiva sistemazione della Questione romana ed accetti quindi lo stato di cose segnato nel 1870, quando venne formato il Regno d’Italia con Roma capitale. Richiede perciò l’ E. V., una rinunzia esplicita, da parte della Santa Sede, a qualunque rivendicazione temporale nei confronti del Regno d’Italia. Il Pontefice, informato di queste Sue premesse, si è dimostrato disposto ad accettarne senz’altro la sostanza nella speranza che si addivenga ad una definitiva sistemazione dei rapporti con l’Italia e non già alla stipulazione di un ” modus vivendi ” solo temporaneo ».

Naturalmente, nell’agosto 1926, la Santa Sede poneva come contropartita le seguenti proposizioni: l’iniziativa deve muovere dal Governo italiano; il Governo italiano deve dichiarare che le trattative si svolgeranno prescindendo dalla legge sulle guarentigie; sulle trattative deve essere mantenuto il più assoluto segreto. E infatti è evidente che se abbiamo concluso, lo si deve anche alla magnifica disciplina che abbiamo imposto al popolo italiano. Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto in altri tempi? Quale baraonda e controbaraonda e caos! Una trattativa diplomatica così delicata e così lunga aveva bisogno di un segreto che, per parte mia, ho conservato sino all’ultimo. Vi leggerò alcuni documenti. Ce ne sono molti altri, che saranno letti nel 1951.
Quelli che leggerò sono importanti, e voi ne capirete il perché senza che io insista troppo. Ecco una mia lettera
« Roma, 4 ottobre 1926. Festa nazionale di San Francesco d’Assisi.
« Caro Barone,
« con riferimento ai colloqui che ho avuto con lei, le confermo la mia convinzione circa l’utilità di vedere finalmente eliminata ogni ragione di dissidio fra l’Italia e la Santa Sede.
« La incarico di mettersi in relazione con i rappresentanti di questa, al fine di conoscere in base a quali condizioni sia essa disposta ad addivenire ad una amichevole, generale, definitiva sistemazione dei suoi rapporti con lo Stato italiano. Questo incarico che le do, non ha carattere né ufficiale, né ufficioso, ma strettamente confidenziale, essendo diretto a preparare le basi per gli accordi ufficiali. Mi auguro che questa preparazione sia tale da facilitare il lavoro successivo ».

In una lettera mandata all’avvocato Pacelli da S. E. il cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri, questi concludeva : « Questo può ella fin d’ora assicurare: che la convinzione circa l’utilità e l’importanza di eliminare ogni ragione di dissidio tra l’Italia e la Santa Sede non potrebbe essere per questa ultima né più profonda, né più sentita, come risulta da ripetuti solenni documenti ».
In data 24 ottobre 1926, il cardinale segretario di Stato fissava i seguenti punti:

« 1. – La condizione che si vuol fare alla Santa Sede deve essere conforme alla sua dignità e alla giustizia.
« 2. – Perciò essa deve essere tale che le garantisca piena libertà e indipendenza, non solamente reale ed effettiva, ma anche visibile e manifesta, con territorio di sua piena ed esclusiva proprietà, sia di dominio che di giurisdizione, come conviene a vera sovranità,.* inviolabile a ogni evenienza.
« 3. – Per questi motivi, e anche perché trattasi di cosa che evidentemente esorbita dai confini dell’Italia, è necessario che il nuovo assetto politico territoriale sia riconosciuto dalle potenze.
« 4. – Spetterà al Governo italiano assicurare, in via di massima, tale riconoscimento almeno da parte delle potenze europee, con le quali la Santa Sede e l’Italia hanno rapporti diplomatici, prima di aprire le trattative ufficiali.
« 5. – Alla convenzione politica conviene abbinare una convenzione concordataria che regoli la legislazione ecclesiastica in Italia.
« 6. – E appena necessario aggiungere che le eventuali convenzioni dovranno essere sempre approvate dalla autorità politica e costituzionale in Italia, cioè dal re e dal Parlamento ».

Finalmente, in data 31 dicembre 1926, io indirizzavo questa lettera a S. E. il cardinale segretario di Stato
« Eminenza ! Con riferimento allo scambio di idee avvenuto a mezzo dei nostri fiduciari, consigliere Barone e professor Pacelli, in ordine alla possibilità di addivenire a una definitiva e irrevocabile sistemazione dei rapporti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, sistemazione la quale, assicurando alla Santa Sede una posizione di sua soddisfazione, dia luogo al riconoscimento da parte della medesima degli avvenimenti che culminarono nella proclamazione di Roma capitale del Regno d’Italia, sotto la dinastia di Casa Savoia, mi è grato di indirizzare a lei lo stesso consigliere di Stato dottor, professor Barone, cui conferisco incarico ufficiale di trattare per la formale sistemazione di detti rapporti.
« Queste trattative, alle quali sono autorizzato da Sua Maestà il re, si svolgeranno da parte del consigliere Barone, con la più assoluta segretezza e “ad referendum”. Nella fiducia che esse meneranno a risultato favorevole e che in tal modo potrà essere preparata una nuova era nei rapporti tra l’Italia e la Chiesa, mi è grato rinnovare a V. E. le espressioni del mio profondo ossequio »

Siamo, dunque, alla fine del 1926. Avete veduto come erano poste le premesse dei negoziati. Ecco che, in questo scorcio del 1926, io mi sono trovato di fronte a una di quelle responsabilità che fanno tremare le vene e i polsi di un uomo. Responsabilità tremenda che non sola risolveva una situazione del passato, ma anche impegnava il futuro! E non potevo chiedere consiglio a chicchessia; solo la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose, lunghe meditazioni.
Ma io pensavo e penso che una rivoluzione è rivoluzione solo in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo. E’ una rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema capitale dell’unità e dell’indipendenza italiana; rivoluzione è quella fascista, che crea il senso dello Stato e risolve, man mano che si presentano, i problemi che il passato le ha lasciato. La rivoluzione doveva affrontare questo problema, pena la sua impotenza; e le soluzioni erano queste : o dichiarare abolita la legge delle guarentigie e dire: la rivoluzione fascista considera il Sommo Pontefice alla stregua del supremo moderatore delle Tavole Valdesi o del Gran Rabbino, soluzione assurda e di un rischio enorme; oppure conservare lo status quo, continuare in questa atonia, in questa cronicità esasperante, indegna di una rivoluzione.
La terza strada era quella di affrontare il problema in pieno. Perché, quando si diceva «occorre una sovranità», non si sapeva quali confini questa sovranità dovesse avere. Si andava dal Po al Garigliano. Era la città leonina? Era soltanto il Vaticano? Nessuno poteva rispondere a queste domande prima di averle poste a chi di ragione.
Ebbene, o signori, non abbiamo risuscitato il potere temporale dei Papi: lo abbiamo sepolto. Col trattato dell’ 11 febbraio nessun territorio passa alla Città del Vaticano all’infuori di quello che essa già possiede e che nessuna forza al mondo e nessuna rivoluzione le avrebbe tolto. Non si abbassa la bandiera tricolore, perché là non fu mai issata.
Quando gli inglesi ci lasciarono il Giubaland, all’atto di ammainare la bandiera, la misero in un barile di terra perché volevano che la bandiera inglese fosse ammainata sopra una terra che essi avrebbero portata con loro. Questo vi dice che cosa è la bandiera, che cosa rappresenta nell’animo e nello spirito di una nazione la bandiera.
E se non vi è cessione di territorio, vi è forse passaggio di sudditi? Nessuno, nessun italiano che non lo voglia per sua propria spontanea volontà, diventerà suddito di quello Stato che noi, con atto spontaneo della nostra volontà di fascisti e di cattolici, abbiamo creato!
Ora, stando così le cose, io mi decisi a continuare le trattative. Bisogna riconoscere che, dall’altra parte, le difficoltà erano notevoli. C’è tutta una tradizione ininterrotta di Papi che avevano reclamato per lo meno Roma, e un Pontefice doveva assumersi la veramente terribile responsabilità di cambiare indirizzo a questa azione. Anche il Santo Padre doveva consultare la propria coscienza, perché, probabilmente, se avesse chiesto consiglio attorno, molti, quelli che ancora sognano i vecchi tempi, quelli che hanno ancora negli orecchi le memorie dell’Orenoque, o le nostalgie dell’intervento straniero, molti di costoro avrebbero agito per dissuaderlo.
Abbiamo avuto la fortuna di avere dinnanzi a noi un Pontefice veramente italiano. Egli non si dorrà, io credo, se la Camera fascista gli ha tributato questo plauso sincero. Egli è il Capo di tutti i cattolici, la sua posizione è supernazionale. Ma egli è nato in Italia, in terra lombarda, e ha, della gente lombarda, la soda praticità e il coraggio delle iniziative. E’ un uomo che ha molto vissuto all’estero; ciò ha molto acuito, non attenuato, il suo senso di italianità; egli è uno studioso, che accoppia a un sentimento fervidissimo una dottrina formidabile; egli, soprattutto, sa che il regime fascista è un regime di forza, ma è leale: dà quello che dà e non di più, e lo dà con schiettezza, con franchezza, senza sotterfugi; egli sa che ci sono delle questioni nelle quali siamo intransigenti al pari di Lui. Se durante tutto il 1927 le cose stagnarono e tutto si limitò al mantenimento di personali contatti, ciò si deve al dissidio determinato per l’educazione delle giovani generazioni, per la questione dei boy-scouts cattolici, questione la cui soluzione voi conoscete.
Un altro regime che non sia il nostro, un regime demoliberale, un regime di quelli che noi disprezziamo, può ritenere utile rinunziare all’educazione delle giovani generazioni. Noi no.
In questo campo siamo intrattabili. Nostro deve essere l’insegnamento. Questi fanciulli debbono essere educati nella nostra fede religiosa, ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo bisogno di dare a questi giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista; soprattutto abbiamo bisogno di ispirare loro la nostra fede, e accenderli delle nostre speranze.
Nel 1928, conclusa la parentesi « scoutistica », le trattative riprendevano. La Santa Sede aveva chiesto, non veramente in sovranità, ma in proprietà, il terreno intermedio che nominata la « Valle del Gelsomino » e Villa Doria Pamphilj. Si pensava di mettere nella Villa Doria Pamphilj tutte le Legazioni e le Ambasciate. Questo feriva la mia sensibilità. Io proposi, se veramente la Santa Sede teneva a questa villa, che essa vi riconoscesse in modo indubbio e non equivocabile la sovranità dello Stato italiano, pagando il canone annuo di una lira. E’ il canone abituale quando si vuole essere gentili. Nello stesso periodo di tempo andai a Racconigi ed informai di ciò Sua Maestà il re.
2 dall’ 8 novembre 1928 che le trattative volgono, si può dire, a compimento, perché il Papa mi fa sapere che rinuncia a Villa Doria Pamphilj e al territorio intermedio. Infatti, mentre la cessione avrebbe ferito la nostra coscienza di italiani, a che cosa avrebbe giovato all’altra parte? La Città del Vaticano è grande per quello che è, per quello che rappresenta, non per un chilometro quadrato in più o in meno. Bisogna riconoscere che da questo punto di vista, il Santo Padre è venuto egregiamente incontro al desiderio del Governo italiano. Voglio dire di più, che all’ultimo minuto, il 10 febbraio, alla vigilia della firma degli accordi, quando si trattava di cedere cinquecento metri quadrati perché sorgesse una cancellata di fronte al Santo Uffizio, quando il Santo Padre seppe che questo turbava la mia coscienza di geloso custode dell’integrità territoriale dello Stato, che non può pensare se non ad accrescere questo territorio giammai a diminuirlo, il Santo Padre andava ancora oltre i miei desideri, e poiché sarebbe stato un po’ grottesco che la facciata di un edificio fosse stata posta a confine di uno Stato, rinunciava all’intero edificio e annessi e lo passava nel novero degli altri che godono soltanto dell’immunità diplomatica.

Dopo la morte del compianto Barone io sentii quasi come un avvertimento del destino. La voce dei negoziati era ormai di dominio pubblico in tutto il mondo. Bisognava affrettare i tempi. Nel gennaio dell’anno in corso ebbero luogo le riunioni conclusive, alle quali partecipò, nelle ultime otto sedute, recandovi l’ausilio della sua alta dottrina e della sua indiscutibile fede di patriota e fascista, il collega Guardasigilli onorevole Alfredo Rocco. E 1′ 11 febbraio si firmarono gli accordi.

Talune residuali cellule massoniche, che io ho identificato in tutte le città dove hanno affiorato attraverso certe pubblicazioni di giornali, e simili manifestazioni più o meno vociferatorie, hanno cominciato col sorprendersi che i testi di questi protocolli recassero, a guisa di preambolo, l’invocazione alla Santissima Trinità. Permettetemi che io vi erudisca; non c’è nulla di straordinario per cui si possa pensare che lo Stato, in qualche guisa, sia venuto meno a sé stesso e alla sua dignità. Non vogliamo proprio risalire a Giustiniano perché dovremmo riportarci al 533, ma sta di fatto che anche nei pubblici trattati tra potenze laiche, quasi sempre fu premessa questa formula.
Gli esempi sovrabbondano. Tra i più caratteristici abbiamo i due trattati di Passarowitz del 21 luglio 1718, conclusi coi turchi, l’uno dell’imperatore e l’altro della Repubblica di Venezia, nel primo dei quali si legge : « In nomine sanctissimae ed individuae Trinitatir », e nel secondo : « In nomine sanctissimae Trinitatir ». Pochi anni prima, nel 1712, perfino in un trattato tra il sultano e lo zar, si era adottata questa formula. Il concordato fra Innocenzo VIII e re Ferdinando di Napoli del 7 febbraio 1492, ha la medesima formula. In tempi più vicini a noi, nei concordati conclusi da Pio VII col re di Baviera e col re delle due Sicilie nel 1818, si ha la formula : «In nomine sanctissimae Trinitatis ». Così sia detto di quello concluso con Luigi XVIII di Francia. Questa formula figura altresì nel trattato stipulato tra Leone XII e il luterano re d’Olanda, Guglielmo I, il 18 giugno 1827; e in quello tra Gregorio XVI e Carlo Alberto, del 27 marzo 1847. La stessa formula si trova nei trattati conclusi da Pio IX e dai suoi successori.
Così pure tutti i concordati firmati da Leone XII hanno la stessa formula. Ma veniamo al tempo nostro. La stessa intestazione è preposta al concordato concluso il 24 giugno 1914 dal Pontefice Pio X col Regno scismatico di Serbia, e in quello concluso dopo la guerra con le Repubbliche della Polonia e della Lituania dall’attuale Pontefice, in data 10 febbraio 1925 e 27 settembre 1927. Questa piccola esibizione di erudizione retrospettiva plachi, dunque, la coscienza di coloro che hanno trovato strana, e oserei dire pericolosa, quell’intestazione.

Le trattative sono durate trenta mesi. Vi ha avuto grandissima parte l’avvocato Pacelli, il quale ha rivelato un animo di forte italiano e di fervente cattolico. L’avvocato Pacelli, come lui stesso ha dichiarato, è stato ricevuto non meno di centocinquanta volte dal Sommo Pontefice; il trattato è stato redatto venti volte, prima di essere licenziato nella sua veste definitiva.
Voi conoscete l’insieme degli atti. Si tratta di un accordo politico, di una convenzione finanziaria e di un concordato. Mi occuperò di ognuno di questi protocolli.
Il più importante evidentemente è il trattato. Con esso si sana la Questione romana, anzi, come è detto testualmente, si risolve e si elimina irrevocabilmente; essa è finita, sepolta, non se ne parlerà più e si crea la Città del Vaticano. Contropartita di questa creazione è da parte del Sommo Pontefice il riconoscimento esplicito e solenne del Regno d’Italia, sotto la monarchia di Casa Savoia, con Roma capitale dello Stato italiano.
Avvertite, dunque: c’è la Città del Vaticano, e poi c’è Roma. Dai tempi di Augusto bisogna arrivare al 1870 per trovare ancora una volta Roma capitale dell’Italia; ma dal 1870 al 1929 c’era ancora una riserva, ancora un’ipoteca di natura morale. Questa ipoteca e questa riserva da parte della più alta autorità religiosa del mondo, scompaiono oggi. Roma è soltanto del Regno d’Italia e degli italiani.
Io spero che voi avvertirete l’enorme importanza di questo fatto. D’altra parte, a prescindere dalla constatazione che sul Vaticano non vi fu mai compiuto atto di sovranità italiana, nessuno, neanche il più fanatico dell’integrità territoriale, potrà sentirsi diminuito per i quarantaquattro ettari che formano la Città del Vaticano; quando, poi togliete la Piazza San Pietro e la Chiesa vastissima che rimangono dì uso promiscuo, la superficie di questa divina Città, di questo Stato, si riduce ancora: è, in ordine di grandezza, veramente irrilevante. La Repubblica di Andorra, che ha quattrocentocinquantadue chilometri quadrati di superficie, e la Repubblica di San Marino, che ha cinquantanove chilometri quadrati, al paragone sono Imperi. Naturalmente questa città del Vaticano è ancora uno Stato sui generis, per il fatto che è circondata da tutti i lati da un altro Stato, per il fatto che ha zone nel suo stesso territorio, di uso promiscuo collo Stato confinante e per altre peculiarità che formeranno la delizia dei commentatori tra qualche tempo.
Io prevedo un’altra abbondantissima letteratura sull’avvenuta soluzione della Questione romana; ma l’importante è questo: primo, che malgrado certe riserve che avrete notato nelle lettere che ho letto, riserve iniziali, la soluzione è italiana, e nessun’altra potenza vi ha messo verbo. Di più, la Città del Vaticano, si dichiara, e noi la dichiariamo perché il testo reca anche la firma del Governo italiano, territorio neutrale ed inviolabile. E evidente che noi saremo i necessari garanti di questa neutralità e di questa inviolabilità, in quanto che, nella remota ipotesi che qualcuno volesse ferirla, dovrebbe prima violare il nostro territorio.
Del resto, noi avremo tutto l’interesse, che il Pontefice possa esercitare quella che nel trattato è giustamente definita « la sua pastorale missione » in perfetta indipendenza di sostanza e di forma, tra la simpatia di tutto il popolo italiano.
Finalmente, vi è un’altra condizione nel trattato, sulla quale richiamo la vostra attenzione, ed è questa: che la Città del Vaticano si dichiara fin da questo momento, e noi vi abbiamo apposto la nostra firma, estranea a tutte le competizioni di ordine temporale che potessero sorgere tra gli Stati, e a tutti i congressi indetti per tale scopo, quindi non solo per i congressi straordinari, ma anche per i congressi ordinari quale è la Società della nazioni.

Anche le superstiti cellule, di cui parlavo poco fa, riconoscono che il trattato è buono e salvaguarda in pieno l’integrità dello Stato. Non ha in sé pericoli. Pensate a quel che era lo Stato Pontificio quando comprendeva la Romagna, l’Umbria, le Marche e il Lazio, e quando doveva fare una politica di pace e di guerra con i diversi Stati per sostenersi!
Oggi, giustamente, il Santo Padre può affermare che la migliore difesa della sua sovranità sta nella limitazione del territorio della Città del Vaticano. Era così poco ansioso di avere dei sudditi, forse pensando che il più tranquillo sovrano è quello che non ha sudditi, che ha pregato di andarsene tutti coloro che, durante secoli, si erano infiltrati nella anfrattuosità del Vaticano. La cittadinanza del nuovo Stato è una cittadinanza un po’ paradossale. Non si nasce cittadini, si diventa per un atto della propria volontà e si resta cittadini, finché si ha il domicilio stabile là dentro. Una volta che il domicilio stabile cessi, si appartiene ad un’altra nazionalità. D’altra parte, la limitazione numerica di questi cittadini è data dalla consistenza territoriale di questo Stato. Si può calcolare quanti uomini possono abitare su quarantaquattro ettari di terra! Tutte le preoccupazioni, dunque, sono completamente infondate.
Vengo alla convenzione finanziaria e al concordato. Quando si è saputo che esisteva una convenzione finanziaria, anzitutto, per arrotondare le cifre, si è detto che si trattava di due miliardi. Molto meno! Si tratta, infatti, di settecentocinquanta milioni in contanti e di un miliardo di Consolidato, il quale però, non è piacevole il constatarlo, si può comperare oggi con ottocento milioni.
Sono dunque millecinquecentocinquanta milioni, ma di lire carta. Bisogna dividere per tre e sessantasei: sono quattrocento milioni di lire oro. Poco, quando voi pensate, e scommetto che non ve ne spaventate affatto, che noi abbiamo duecento miliardi di debiti. La cifra è una di quelle che fanno rabbrividire, ma noi rimandiamo i brividi a migliore stagione. Cosa sono quattrocento milioni di lire oro? Tuttavia la curiosità del pubblico si è manifestata: «Come farete a pagare? Soprattutto, come farete a trovare un miliardo di consolidato?». Rispondo a questi interrogativi, che io riconosco legittimi. I provvedimenti che si stanno predisponendo presso il ministero delle Finanze sono tali che si potrà far fronte agli impegni assunti senza aumentare il debito pubblico e senza ricorrere al mercato. Mi spiego come.
Quanto al miliardo di titoli di debito pubblico, cinque per cento, al portatore, da consegnare all’atto della ratifica del trattato del Laterano, il Governo, mediante una operazione di tesoro, si farà cedere i titoli stessi dalla Cassa Depositi e Prestiti, che ne ha dei mucchi e che li preleverà dalle proprie disponibilità patrimoniali senza minimamente toccare né le riserve né il patrimonio dei diversi istituti da essa amministrati. Lo Stato, a sua volta, si obbliga – ciò che costituisce la maggiore delle garanzie – a restituirli alla Cassa medesima in un periodo non superiore a un decennio, con l’acquistarne sul mercato per non meno di cento milioni all’anno di valore nominale.
A tal uopo, nel bilancio dell’esercizio prossimo e dei successivi, sarà stanziata la somma occorrente sia per tali acquisti, sia per gli interessi corrispondenti delle relative cedole semestrali per l’ammontare nel primo anno di cinquanta milioni, per decrescere poi di cinque milioni all’anno.
In tal modo, mediante un sacrificio relativamente lieve per il bilancio, non si turba, e anzi, si sostiene il mercato dei nostri titoli. Questo vuol dire che compreremo cento milioni di Littorio all’anno per dieci anni e stanzieremo questa somma nel bilancio. All’atto della ratifica consegneremo settecentocinquanta milioni in contanti. I mezzi necessari sono già pronti nelle nostre casse, le quali, alla fine di aprile, avevano un fondo disponibile, cioè liquido – vi raccomando questa parola – e immediatamente spendibile di oltre due miliardi.
Per quanto concerne l’impostazione di questa spesa nel bilancio statale le risultanze di questo al 30 aprile e le previsioni dei mesi di maggio e giugno, affidano che molta parte dei settecentocinquanta milioni potrà essere coperta con l’avanzo dell’esercizio corrente. Qui aggiungo che alla fine di aprile il nostro avanzo è passato da centosei a trecentosessantatré milioni.
C’è di più. Qualcuno poteva pensare che il dare settecentocinquanta milioni di liquido spendibile facesse aumentare quella circolazione che è uno dei miei incubi. Non accadrà nulla di straordinario e meno ancora di catastrofico. Il versamento di tale somma sarà fatto effettivamente dalla regia Tesoreria alla data fissata. Tuttavia la Santa Sede – e anche qui bisogna riconoscere che il Sommo Pontefice è venuto incontro molto liberalmente ai nostri desideri – in base ad accordi intervenuti, allo scopo esclusivamente di evitare aggravi alla circolazione bancaria, non ne farà prelevamento dalle casse della Banca d’Italia, se non gradualmente. Altre assicurazioni ha fatto la Santa Sede circa l’uso del miliardo del debito pubblico, confermando così quella fiducia nel nostro maggior titolo, dimostrata con la firma degli accordi finanziari.
Voglio dire ancora che non mi dispiace di aggiungere il peso di questa somma a tacitazione del passato e a garanzia di tutto il futuro.

E a proposito del concordato che la critica vociferatoria all’interno e all’estero ha puntato e aguzzato i suoi strali. Ha torto però, perché io dimostrerò che il concordato concluso con la Santa Sede è il migliore dal punto di vista dello Stato. Ve lo dimostrerò, o signori, e soprattutto vorrei dimostrarlo a quelli che hanno palesato, nella fattispecie, una singolare ignoranza della situazione. Io paragonerò il nostro concordato con i quattro concordati stipulati dalla Santa Sede dopo la guerra, con la Lettonia, la quale è una repubblica baltica che ha soltanto il ventitré per cento di cattolici; con la Lituania, altra repubblica che ha l’ottantacinque per cento di cattolici; con la Polonia, che, su trenta milioni di abitanti, ha soltanto il sessantatré per cento di cattolici di rito latino e l’undici per cento di rito greco; e con la Baviera, che è cattolica, ma che appartiene alla Repubblica del Reich.

L’articolo 1 del nostro concordato dice: «L’Italia, ai sensi dell’articolo 1 del trattato, assicura alla Chiesa cattolica il libero esercizio del potere spirituale, il libero e pubblico esercizio del culto, nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica, in conformità alle norme del presente concordato; ove occorra, accorda agli ecclesiastici per gli atti
del loro ministero spirituale la difesa da parte delle sue autorità. In considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e mèta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire, in Roma, tutto ciò che possa essere in contrasto col detto carattere ».

Riallaccio questo articolo a quanto ho detto in principio del mio discorso sui rapporti delle due sovranità.
L’articolo 1 del concordato lettone dice: « La religione cattolica sarà liberamente e pubblicamente esercitata in Lettonia; le sarà riconosciuta personalità giuridica con tutti i diritti che il codice civile di Lettonia riconosce alle altre persone giuridiche».
Concordato bavarese del 29 maggio 1924, articolo 1 : «Lo Stato Bavarese garantisce il libero e pubblico esercizio della religione cattolica ». Articolo 2 : «Riconosce il diritto alla Chiesa di emanare nell’ambito della sua competenza, leggi e decreti che obbligano i suoi membri, e non ne impedirà né renderà difficile l’esercizio di questo diritto». Articolo 3 : «Assicura alla Chiesa cattolica l’indisturbato esercizio del culto. Negli atti del loro ufficio gli ecclesiastici godono della protezione dello Stato ».
Il concordato polacco del 10 febbraio 1925 dice: « La Chiesa cattolica, senza distinzione di riti, godrà nella repubblica di Polonia di una piena libertà. Lo Stato garantisce alla Chiesa il libero esercizio del suo potere spirituale e della sua giurisdizione ecclesiastica così come la libera amministrazione e gestione dei suoi affari e dei suoi beni, conformemente alle leggi divine e al diritto canonico ».
Il concordato lituano del 27 settembre 1927 è identico al polacco.
Ma nel nostro vi è un’aggiunta, e su questa si sono sbizzarrite le fantasie: «In considerazione del carattere sacro della Città eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e mèta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto del detto carattere ». Invece che «avrà cura », si voleva si dicesse «assume impegno». Ho preferito la formula generica, perché, quando si prendono impegni, si firma una cambiale, e le cambiali bisogna pagarle.

Ma io trovo che è stupefacente lo stupore di coloro che si sono appuntati su questa seconda parte dell’articolo. Ma chi è quel barbaro che può negare il carattere sacro di Roma? Se voi togliete dalla storia del mondo la storia dell’Impero romano, non resta che poco. Se i romani non avessero in ogni terra lasciato i loro monumenti, dal Marocco ad Angora, la nuova capitale della giovane ed amica Turchia, che conserva ancora una lapide col testamento di Augusto, tutta la storia di Roma apparirebbe come una fantastica leggenda. Ma Roma è sacra, perché fu capitale dell’Impero e ci ha lasciato le norme del suo diritto e le sue reliquie venerabili e memorabili che ancora ci commuovono quando balzano ad ogni momento dalla terra appena frugata. Ma poi è sacra ancora perché è stata la culla del cattolicesimo. Tutti i poeti di tutti i tempi ed uomini di tutti i popoli hanno riconosciuto il carattere sacro di Roma !
Qualche volta è motivo di riflessione e di orgoglio pensare che in questo piccolo territorio, tra sette colli e un fiume, si è svolta tanta parte della storia del mondo ! Roma ha un carattere sacro, anche perché qui fu portato il Fante ignoto, simbolo di tutti i sacrifici di quattro anni della nostra guerra vittoriosa e ancora bisognerà ricordare che sul Campidoglio, sul colle sacro dell’umanità, c’è un’Ara che ricorda i caduti della nostra rivoluzione !
Questo carattere sacro di Roma noi lo rispettiamo. Ma è ridicolo pensare, come fu detto, che si dovessero chiudere le Sinagoghe! Gli ebrei sono a Roma dai tempi dei re; forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine; erano cinquantamila ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati, come rimarranno indisturbati coloro che credono in un’altra religione.
Né bisogna pensare che Roma diventerà una città tetra, dove non ci si potrà più onestamente divertire. Intanto vi dichiaro che non mi dispiace che Roma abbia un suo carattere di gravità. Era quello che si rimproverava a Cromwell quando il puritanesimo lottava contro il realismo. Si rimproveravano i puritani di avere un atteggiamento grave. Lo avevano perché difendevano la vita dell’Inghilterra, perché ne difendevano il carattere, ne preparavano l’avvenire, sia pure attraverso terribili guerre civili, nelle quali perivano re e ministri.
Città seria, ma che saprà divertirsi. Del resto, durante il dominio dei Papi ci si divertiva benissimo a Roma. Sisto V, il terribile Sisto V, quello che fece impiccare un parricida, tale Borghi, quarant’anni dopo che aveva commesso il delitto, aveva dato a Roma una vita di carnevale brillantissima. Però faceva frustare sacrosantamente a sangue gli uomini che si vestivano da donna.
Si è detto : in questo concordato voi fate, dal punto di vista degli obblighi militari, delle concessioni di privilegio agli ecclesiastici. Ebbene, queste concessioni figurano anche in tutti i concordati precedenti dai quali io, rappresentante di una nazione prevalentemente, anzi totalmente cattolica, non potevo prescindere. L’articolo 5 del concordato polacco è quasi letteralmente simile all’articolo 3 del concordato italiano. Ma l’articolo 5 del concordato lituano va molto più in là: «Gli ecclesiastici che hanno ricevuto gli Ordini, i religiosi che hanno pronunciato i loro voti, gli allievi dei seminari e i novizi dei noviziati, se perseverano nel loro stato ecclesiastico e religioso, saranno esonerati dal servizio militare anche nel caso di guerra o di mobilitazione generale ».
Il che non avviene in Italia, salvo che per i parroci, come, del resto, è stato anche nell’ultima guerra.

Veniamo all’articolo 5. Vi si parla degli apostati o irretiti da censura. Su questo articolo c’è stata una discussione assai lunga. Intanto non avrà valore retrospettivo. Ce n’è un migliaio di questi individui che si trovano in tale situazione peculiare. Costoro rimarranno dove sono. Viceversa, se voi considerate quanto è detto al paragrafo 1 e 2 dell’articolo 3 del concordato bavarese, voi troverete una clausola ben più grave « Se alcuno degli insegnanti venga dal vescovo diocesano dichiarato inabile per gravi motivi concernenti la sua dottrina o la sua condotta morale, il Governo, senza pregiudizio dei diritti dello Stato, provvederà senza indugio che venga sostituito nel suo ufficio da altra persona idonea». La stessa clausola figura, per quanto riguarda l’insegnamento, nell’articolo 13 del concordato polacco.
Per quello che concerne l’articolo 8, si è parlato di Foro ecclesiastico. No, non esiste Foro ecclesiastico, esiste soltanto nello Stato italiano il Foro civile. L’articolo 8 del concordato italiano è molto meno grave dei corrispondenti articoli degli altri concordati coi quali sto paragonando il nostro.
Gli articoli 18 e 19 del concordato lettone dicono : « Se degli ecclesiastici sono accusati presso dei tribunali laici di delitti previsti dal Codice di Lettonia, l’arcivescovo o il suo delegato sarà, in tempo opportuno, avvisato, e lui o un suo delegato potrà assistere alle sedute del tribunale o al dibattimento processuale. Gli ecclesiastici condannati alla detenzione sconteranno la loro pena in un monastero. Negli altri casi sconteranno la loro pena, come gli altri condannati, dopo che l’arcivescovo li avrà privati della dignità ecclesiastica».
L’articolo 22 del concordato polacco dice: «Se degli ecclesiastici o dei religiosi sono accusati presso i tribunali laici dei delitti previsti dalle leggi penali della Repubblica, questi tribunali informeranno immediatamente l’Ordinario competente di ogni affare di tal genere e gli trasmetteranno, ove del caso, l’atto di accusa e il fermo giudiziario coi suoi considerando. L’Ordinario o il suo delegato, avranno il diritto, dopo la conclusione della procedura giudiziaria, di prendere conoscenza degli incarti processuali. Nei casi di arresto o di carcerazione delle persone suddette, le autorità civili procederanno coi riguardi dovuti al loro stato e al loro rango gerarchico. Gli ecclesiastici e i religiosi saranno detenuti e subiranno la loro pena di reclusione in locali separati dai locali destinati ai laici, a meno che non siano stati privati dall’Ordinario competente della loro dignità ecclesiastica. Nel caso in cui fossero condannati alla detenzione, essi subiranno questa pena in un convento, o in un’altra casa religiosa in locali a ciò destinati ».
L’articolo 20 del concordato lituano riproduce alla lettera l’articolo 22 del concordato polacco.
Che cosa facciamo noi? Comunichiamo l’avvenimento all’Ordinario diocesano, perché prenda le sue decisioni in ordine alla gerarchia ecclesiastica. Ma poi i casi sono due: o trattasi di un delitto comune, e allora l’ecclesiastico viene ridotto allo stato laicale e segue la sorte di tutti i condannati comuni; o è un delitto politico, e allora il prevenuto o il condannato avrà tutte le agevolazioni che abbiamo consentito a tutti coloro che sono rei di delitti. del genere.
Un giornalista straniero ha detto che con questo articolo l’Italia è alla mercé del Vaticano e che nessuno, all’infuori degli ecclesiastici, potrà godere di simile privilegio. Sarà dunque necessario di dire che il Gran Maestro della massoneria Domizio Torrigiani, da quando fu colpito da incipiente cecità fu tratto dal confino e messo in una clinica dell’Italia centrale? Che meraviglia, allora, se domani un cardinale, ipotesi che ritengo assolutamente assurda, o un vescovo o un sacerdote condannato per delitto politico siano trattati con i riguardi che tutti i regimi hanno per questo genere di reati?
Si è parlato di diritto d’asilo. Se un delinquente fugge in una Chiesa, i carabinieri gli correranno dietro e lo acciufferanno. D’altra parte è noto che i delinquenti hanno un sacro terrore di fuggire in chiesa. Temono forse i fulmini della divinità, oltre che le manette dei carabinieri! E evidente che, salvo questi casi d’urgenza, la forza pubblica non ha nessun particolare interesse di entrare in chiesa, se non vi sia chiamata. Ma nel concordato lettone, l’articolo 15 parla chiaramente di «immunità delle chiese secondo le norme del diritto canonico». Nell’articolo 6 del concordato polacco, è ripetuta la stessa formula, con l’aggiunta « purché tuttavia la sicurezza pubblica non abbia a soffrirne ». Identico nel concordato lituano.

Tutto quello che concerne l’assistenza ai militari è già in atto. Le stesse clausole figurano nei concordati polacco e lituano. Per quello che riguarda la scelta degli arcivescovi e dei vescovi, non abbiamo fatto che prendere le clausole dei concordati precedenti. Per il giuramento abbiamo preso, come suol dirsi, la clausola della nazione più favorita, cioè la formula del giuramento polacco. Per tutto quello che concerne la nuova sistemazione degli enti e dei beni ecclesiastici, vi parlerà con la sua particolare competenza il collega Guardasigilli.

Adesso veniamo all’articolo 34, l’articolo del matrimonio. Voi sapete a che cosa era ridotto il matrimonio civile in questi ultimi tempi. Siamo noi fascisti che gli abbiamo dato un po’ di stile. Per i piccoli paesi era una cosa qualche volta assolutamente farsesca, con scarsissima dignità, con testimoni racimolati all’ultimo minuto.
Pareva che tutto lo Stato fosse oramai in questi articoli del Codice civile. Voi conoscete, del resto, quante discussioni sono state fatte in Italia su questo argomento. Orbene, onorevoli camerati, in quasi tutti i paesi civili il matrimonio religioso ha gli effetti civili. In Austria il matrimonio religioso fra i cattolici è valido agli effetti civili senza bisogno di alcuna formalità, il matrimonio civile è riservato soltanto ai Konfessionslos o a sposi di culto diverso.
Bulgaria. – Il matrimonio religioso fra cattolici è valido di per sé stesso agli effetti civili. Unica formalità richiesta è la trascrizione dell’atto presso l’ufficio di Stato Civile.
Cecoslovacchia. – Il matrimonio religioso fra cattolici è valido agli effetti civili senza bisogno di alcuna formalità. I parroci notificano l’avvenuto matrimonio alle competenti autorità civili esclusivamente a scopo statistico.
Danimarca. – Il matrimonio religioso fra cattolici è riconosciuto valido a tutti gli effetti civili. L’unica formalità che si richiede è il nullaosta per parte delle autorità civili, che viene rilasciato dopo quindici giorni dalla pubblicazione. Una sola pubblicazione è richiesta, e può farsi indifferentemente alla chiesa o al municipio. Le autorità ecclesiastiche debbono notificare trimestralmente i matrimoni celebrati a quelle civili.
Grecia. – Il matrimonio religioso è l’unica forma di matrimonio ammessa dalla legge greca. Secondo questa, il matrimonio celebrato in Grecia, fra cattolici, sudditi greci o stranieri, è considerato valido a tutti gli effetti giuridici.
Inghilterra. – Il matrimonio religioso tra cattolici è valido agli effetti civili, purché : a) siano avvenuti i bandi, oppure il competente ufficio di Stato Civile ne abbia dispensato mediante il rilascio di una licenza : b) la celebrazione sia avvenuta in luogo espressamente autorizzato, che può anche essere la chiesa e davanti a persona autorizzata dall’ufficio di Stato Civile, che può essere lo stesso sacerdote celebrante; c) la persona autorizzata abbia provveduto a iscrivere l’avvenuto matrimonio nei registri del competente ufficio di Stato Civile. (Quest’ultima condizione non è essenziale, potendosi anche provare l’avvenuto matrimonio col consueto mezzo della prova legale).
Irlanda. – Il matrimonio religioso tra cattolici è valido agli effetti civili. Gli sposi debbono, sotto pena di ammenda, rimettere all’ufficio di Stato Civile il certificato di matrimonio entro tre giorni dalla data della celebrazione.
Jugoslavia. – Il matrimonio religioso è valido agli effetti civili in tutto il territorio dello Stato, eccetto che nella ex-provincia ungherese della Vojvodina.
Lettonia. – Il matrimonio religioso fra cattolici è valido agli effetti civili. Entro quindici giorni il parroco deve inviare, per la registrazione, l’atto di matrimonio all’ufficio di Stato Civile.
Lituania. – Non esiste matrimonio civile. Sono riconosciuti i matrimoni celebrati dalle diverse chiese secondo i loro cànoni. Ufficiale di Stato Civile è il sacerdote d’ogni chiesa, che stende l’atto in due copie. Alla fine di ogni anno il sacerdote invia al Consiglio della sua chiesa la copia degli atti di Stato Civile da lui stesi. La copia di uno di questi atti rilasciata dalle autorità religiose ha valore a tutti gli effetti civili. Circa il divorzio e la separazione si seguono i cànoni della chiesa cui appartengono gli interessati.
Norvegia. – Il matrimonio religioso fra cattolici è pienamente valido agli effetti civili.
Polonia. – Il matrimonio religioso fra cattolici è pienamente valido agli effetti civili, essendo il parroco anche ufficiale di Stato Civile.
Spagna. – Il matrimonio canonico è obbligatorio per coloro che professano la religione cattolica, e il Codice Canonico, per la parte che riguarda il matrimonio, è riconosciuto come legge vigente nel Regno. Il matrimonio religioso è valido a tutti gli effetti civili. E tuttavia condizione indispensabile che l’ufficiale di Stato Civile assista alla celebrazione, per poter procedere alla iscrizione nei registri dello Stato Civile. I contraenti debbono, almeno ventiquattro ore prima della celebrazione del matrimonio, darne avviso all’Ufficio dello Stato Civile, indicando il giorno, il luogo e l’ora della -celebrazione, pena una multa. L’Ufficio di Stato Civile rilascia ricevuta dell’avviso, e tale ricevuta è indispensabile per la celebrazione del matrimonio religioso.
Svezia. – Il matrimonio religioso è equiparato, agli effetti civili, a quello civile.
Stati Uniti d’America. – Il regime del matrimonio religioso tra i cattolici è identico a quello fra protestanti ed altre religioni. La materia è regolata dalle singole legislazioni statali. Il matrimonio religioso è atto valido agli effetti civili, ma in alcuni Stati esso non può essere celebrato senza previa autorizzazione a contrarre matrimonio da parte dell’autorità civile.
Canadà. – I matrimoni religiosi celebrati nel Canadà da un ministro di qualsiasi religione sono validi anche agli effetti civili.
Non siamo dunque soli in questa determinazione di dare, sotto opportune cautele, la validità civile al matrimonio religioso. Molti hanno visto questo problema dal punto di vista metafisico; io lo vedo anche dal punto di vista della comodità. I comuni in Italia sono ottomila, le parrocchie quindicimila. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo dato al cattolico la possibilità, se lo vuole, di fare la stessa cosa nello stesso tempo e con lo stesso personaggio. Se ciò incoraggerà, insieme con la diminuita età, i matrimoni, e se da questi matrimoni nascerà un’abbondante prole, io ne sarò particolarmente felice.

Veniamo all’insegnamento religioso, contemplato nell’articolo 36 del nostro concordato. L’articolo 10 del concordato lettone dice : « La Chiesa cattolica ha diritto di fondare e di mantenere le sue proprie scuole confessionali. Il Governo lettone si impegna a rispettare il carattere confessionale di queste scuole ».
Il Concordato bavarese all’articolo 4 dice : «La istruzione religiosa rimane in tutte le scuole superiori e medie come materia ordinaria, almeno con l’ampiezza attualmente in vigore ». E segue all’articolo 8: « Sono garantite le lezioni di insegnamento religioso nelle scuole elementari, medie e superiori ». Paragrafo 2 dello stesso articolo : « Verificandosi inconvenienti nella vita religiosa e morale degli studenti cattolici, come anche influenze perniciose o indebite sui medesimi nella scuola e in particolar modo eventuali offese alla loro fede od ai loro sentimenti religiosi nell’insegnamento, il Vescovo o un suo delegato hanno diritto di ricorrere alle autorità scolastiche dello Stato, le quali procureranno di riparare all’inconveniente ».
Notate a questo punto: che ho respinto nella maniera più categorica la richiesta di introdurre l’insegnamento religioso anche nelle Università. La Santa Sede si è convinta che sarebbe, allo stato degli atti, un grave errore.
L’articolo 13 del concordato polacco dice: « In tutte le scuole pubbliche, ad eccezione delle scuole superiori, l’insegnamento religioso è obbligatorio. Le autorità ecclesiastiche competenti sorveglieranno l’insegnamento religioso in ciò che concerne il suo contenuto e la morale degli insegnanti ».
Articolo 13 del concordato lituano: « In tutte le scuole pubbliche o sovvenzionate dallo Stato, l’insegnamento religioso è obbligatorio. L’autorità religiosa competente ne stabilirà il programma e sceglierà i testi. La nomina degli insegnanti e la sorveglianza sull’insegnamento religioso, in ciò che concerne il suo contenuto e la morale degli insegnanti, si effettuerà conformemente al diritto canonico». Paragrafo 3: «In tutte le scuole pubbliche o sovvenzionate dallo Stato, lo Stato curerà d’accordo con gli Ordinari a che gli allievi possano convenientemente adempiere ai loro doveri religiosi ». Paragrafo 4 : «In ciò che concerne l’educazione della gioventù cattolica lo Stato riconosce agli Ordinari i diritti previsti dal canone 1381 e darà seguito alle rimostranze giustificate degli Ordinari ». Il canone 1381 dice: «Ordinariis locorum jus et officium est vigilandi ne in quibusvis scholis sui territorii quidquam contra fidem vel bonos mores tradatur aut fiat ».

L’articolo 37 italiano, corrisponde (in senso più estensivo) all’articolo 7, paragrafo 2, del concordato bavarese: «Agli scolari degli istituti elementari medi e superiori, deve esser dato, d’accordo colle superiori autorità ecclesiastiche, modo opportuno e conveniente di adempiere i loro doveri religiosi».
Come vedete, anche per queste clausole nulla si può dire che possa essere interpretato come diminuzione della giurisdizione e sovranità dello Stato. Escluso dall’Università l’insegnamento religioso, resta da determinare come questo insegnamento, che è d’altra parte facoltativo, dovrà svolgersi nelle scuole medie. E evidente che non potrà svolgersi sotto la semplice specie catechistica. Bisognerà che si volga sotto la specie morale e storica, perché deve essere attraente ed interessante, altrimenti potrebbe dare l’effetto contrario.
Sono arrivato a un altro punto importante del concordato: quello che concerne l’« Azione cattolica ».
Intanto l’articolo 43 del nostro concordato figura nel concordato lettone all’articolo 13, che dice : « La Repubblica di Lettonia non porrà ostacoli all’attività – controllata dall’arcivescovo di Riga – delle Associazioni cattoliche di Lettonia, le quali avranno gli stessi diritti che le altre Associazioni riconosciute dallo Stato».
L’articolo 25 del concordato lituano è invece più esplicito ancora e dice: «Lo Stato accorderà piena libertà d’organizzazione e di funzionamento alle Associazioni aventi scopi principalmente religiosi, facenti parte dell’Azione cattolica, e come tali dipendenti dall’autorità dell’Ordinario».
Ciò precisato, non v’è dubbio che, dopo il concordato del Laterano, non tutte le voci che si sono levate nel campo cattolico erano intonate. Taluni hanno cominciato a fare il processo al Risorgimento; altri ha trovato che la statua di Giordano Bruno a Roma è quasi offensiva. Bisogna che io dichiari che la statua di Giordano Bruno, malinconica come il destino di questo frate, resterà dove è. E vero che quando fu collocata in Campo di Fiori, ci furono delle proteste violentissime; perfino Ruggero Bonghi era contrario, e fu fischiato dagli studenti di Roma; ma ormai ho l’impressione che parrebbe di incrudelire contro questo filosofo che, se errò e persisté nell’errore, pagò.

Naturalmente non è nemmeno da pensare che il monumento a Garibaldi sul Gianicolo possa avere un’ubicazione diversa. Nemmeno dal punto di vista del collo del cavallo. Credo che Garibaldi può guardare tranquillamente da quella parte, perché oggi il suo grande spirito è placato! Non solo resterà, ma nella stessa zona sorgerà, a cura del regime fascista, il monumento ad Anita Garibaldi.
Si è notato che taluni elementi cattolici, specialmente fra quelli che non hanno tagliato tutti i ponti con le ideologie del Partito Popolare, stavano intentando dei processi al Risorgimento. Si leggevano appelli di questo genere: moltiplichiamo le file, stringiamo i ranghi, serriamo le schiere, ecc., ecc. Naturalmente, di fronte a questo frasario, si è tratti a domandarsi: ma che cosa succede? E curioso che in tre mesi io ho sequestrato più giornali cattolici che nei sette anni precedenti ! Era questo forse l’unico modo per ricondurli nell’intonazione giusta!

Signori !
Non mi piacciono gli individui che hanno l’aria di sfondare energicamente delle porte che sono già state energicamente sfondate! Così taluni elementi avevano l’aria preoccupata, tragica, come per difendersi da pericoli che non esistono. Ragione per cui è opportuno, anche in questa sede, di far sapere che il regime è vigilante, e che nulla gli sfugge. Nessuno creda che l’ultimo fogliucolo che esca dall’ultima parrocchia non sia conosciuto da Mussolini. Non permetteremo resurrezioni di partiti o di organizzazioni che abbiamo per sempre distrutti.
Ognuno si ricordi che il regime fascista, quando impegna una battaglia, la conduce a fondo e lascia dietro di sé il deserto. Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato fascista, perché io mi vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di rappresentare la forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse un suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta o del disprezzo. Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola.
Ognuno pensi che non ha di fronte a sé lo Stato agnostico demoliberale, una specie di materasso sul quale tutti passavano a vicenda; ma ha dinanzi a sé uno Stato che è conscio della sua missione e che rappresenta un popolo che cammina, uno Stato che trasforma questo popolo continuamente, anche nel suo aspetto fisico. A questo popolo lo Stato deve dire delle grandi parole, agitate delle grandi idee e dei grandi problemi, non fare soltanto dell’ordinaria amministrazione. Per questa anche dei piccoli ministri dei piccoli tempi erano sufficienti.

Onorevoli camerati !
Voi avete inteso, e soprattutto deve avere inteso il popolo italiano, devono avere inteso i nostri fascisti, i migliori dei nostri camerati, che costituiscono sempre la spina dorsale del regime. Ho parlato netto e chiaro per il popolo italiano: credo che il popolo italiano mi intenderà.
Con gli atti dell’ 11 febbraio, il fascismo raccomanda il suo nome ai secoli che verranno. Quando, nel punto culminante delle trattative, Camillo Cavour, ansioso, raccomandava a padre Passaglia : «Portatemi il ramoscello d’olivo prima della Pasqua», egli sentiva che questa era la suprema esigenza della coscienza e del divenire della rivoluzione nazionale. Oggi, onorevoli camerati, noi possiamo portare questo ramoscello d’olivo sulla tomba del grande costruttore dell’unità italiana, perché soltanto oggi la sua speranza è realizzata, il suo voto è compiuto!

(Dagli Atti del Parlamento italiano. Camera dei deputati.
Discussioni. . Anno 1929 – Volume I, pag. 129-154 pagg. 129-154).

E abbastanza singolare il dotto studio di Carlini in “Filosofia e religione nel pensiero di Mussolini” (Ist. Fasc. di Cultura, Roma, XII, pp.38-39). “E però domandiamo: quella teoria immanentistica è in accordo con ciò che consta del pensiero e dell’azione mussoliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti in precedenza, e però rispondiamo: non consta; anzi consta il contrario. Diciamo meglio e di più: quel che consta è un’impostazione del problema politico religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di sviluppi nell’avvenire della coscienza politico-religiosa, non soltanto negli italiani, ma dell’uomo semplicemente, in universale.
Lo stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte le religioni esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua mentalità e ai suoi fini: per la spiritualità ch’è alla base del cristianesimo, e per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli stessi principi di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che sono alla base della concezione politica del Fascismo.
Lo Stato ha tutto da guadagnare da questo accordo della coscienza religiosa con la coscienza politica degli italiani”

FINE TERZA PARTE

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