“Il Faro di Mussolini”, il libro che racconta l’esperienza italiana in Somalia

Lug 06 2015

Riportiamo di seguito l’articolo apparso e pubblicato su ilprimatonazionale.it a firma di Carlomanno Adinolfi

il-faro-di-mussoliniMogadiscio, 6 lug – Un elicottero della Marina Militare è in volo di ricognizione sulla punta del Corno d’Africa. A bordo Alberto Alpozziun fotoreporter inviato per realizzare un reportage sulla missione internazionale contro la pirateria delle coste somale, inquadra con il suo teleobiettivo le terre sottostanti. Ed ecco apparire improvvisa e inaspettata una torre di pietra, alta 20 metri e a forma di fascio littorio, che svetta proprio sul capo che delimita il Golfo di Aden dall’Oceano Indiano. È abbandonata, lasciata all’incuria e alla furia degli elementi, eppure si staglia ancora verso l’alto, come una sfida titanica ed eroica contro l’oblio e contro il tempo. Alberto Alpozzi ne rimane subito colpito, affascinato. Chi l’ha costruita? Chi l’ha messa lì? Qual è la sua storia e perché è stata dimenticata? Da queste domande nasce la sua ricerca sulle origini di quel misterioso e austero monumento, culminata finalmente nella pubblicazione de Il Faro di Mussolini 001 Edizioni, 192 pagine, € 18.00 – un libro documentatissimo che ricostruisce nei dettagli la storia del Faro Francesco Crispi di Capo Guadafui. Ma il faro è solo il punto di partenza, una sorta di motore immobile che muove tutto il libro, perché intorno ad esso vengono raccontate tantissime altre storie, alcune conosciute, altre meno, altre ancora dimenticate.

Alberto Alpozzi pennella in maniera sintetica ma comunque esaustiva tutta l’esperienza coloniale italiana in Somalia a partire dal 1889, contestualizzandola nello scenario internazionale che con l’apertura del Canale di Suez cambia totalmente le prospettive e gli obiettivi delle nazioni europee. Prima ancora di arrivare alla storia effettiva del faro, Alpozzi rievoca lo scontro tra gli eredi dei Mille – Francesco Crispi su tutti – e i burocrati dell’italietta liberale. I primi uomini d’azione, sognatori e avventurieri che volevano portare l’Italia ad essere protagonista attiva della storia e farla affacciare in Africa per non perdere i nuovi sbocchi portati dall’apertura del canale di Suez, i secondi invece tecnocrati reazionari spaventati da ogni rischio e da ogni nuova avventura, che preferiscono l’attesa passiva all’azione. I discorsi di Crispi davanti al parlamento per spingere l’Italia in Africa richiamano subito al lettore i toni e le parole che meno di mezzo secolo dopo avrebbero caratterizzato i discorsi mussoliniani e bastano quelle poche righe riportate dall’Autore per mettere un punto definitivo alla polemica su chi effettivamente siano stati gli eredi del Risorgimento. Ma il libro è anche la rievocazione e il ricordo degli avventurieri ed esploratori italiani che con il loro esempio e spesso anche con il loro sacrificio hanno aperto la strada per il Corno d’Africa – e anche qui notiamo come i primi furono proprio eroi del Risorgimento, da Nino Bixio a Manfredo Camperio – e dei comandanti e dei soldati che hanno difeso il capo Guadafui dalle incursioni dei banditi che per anni hanno terrorizzato le navi di ogni nazione che si affacciavano in quel pericolosissimo sbocco verso le Indie.

faro-mussolini-etiopiaMa forse l’aspetto più interessante del libro è l’analisi del ruolo italiano in Africa, dapprima timido e a tratti incompetente anche se coraggioso e poi totalmente rivoluzionato con l’avvento del Fascismo, che per primo risolse il trentennale problema della costruzione del faro sul capo di Guadafui – intitolato proprio a quel Francesco Crispi che volle l’Italia in Africa – e che da anni veniva richiesto da tutte le nazioni europee che in quel punto perdevano navi, uomini e investimenti. Nella seconda parte del libro Alpozzi esamina tutti i lavori tecnici, urbanistici, stradali e tutte le opere e infrastrutture che il governo mussolinano realizzò in Somalia, trasformando un paese inospitale e temuto da tutte le nazioni in un vero e proprio faro – anch’esso – di tutto il mondo coloniale tanto da diventare meta per crociere turistiche e per studiosi. L’elenco di dati, minuziosamente riportati dall’Autore, sulle opere italiane in Somalia e sulla politica adottata per far progredire la Somalia basta da solo a demolire anni di slogan usati dalla vulgata che ha voluto demonizzare il comportamento italiano in Africa. Come anche le parole di un inglese, tutt’altro che fascista, come Evelyn Waugh che dopo il suo viaggio in Abissinia nel 1936 ebbe a dire “l’idea di conquistare un Paese per andarci a lavorare, di trattare un Impero come un luogo dove bisogna portare delle cose, un luogo che deve essere fertilizzato, coltivato e reso più bello invece che un luogo da cui le cose è possibile portarsele via, un luogo da depredare e spopolare. L’idea di lavorare invece che starsene sdraiati a oziare come padroni, tutto questo era estraneo ai pensieri inglesi, e invece è il principio che sta alla base dell’occupazione italiana“. Come dice lo stesso Alberto Alpozzi, “le parole dell’inglese non necessitano commenti”.

La storia del Faro Francesco Crispi, il “Faro di Mussolini” che dà il titolo al libro, diventa quindi un’allegoria della storia italiana in Africa, una storia di avventurieri folli e forse anche impreparati ma armati di coraggio e volontà, derisi da burocrati e politicanti, che hanno aperto la strada a chi ha voluto fare della propria nazione un Impero che fosse soprattutto un faro per i propri popoli e per quelli vicini. Un faro poi abbandonato, vituperato, dimenticato ma che resta ancora in piedi, a sfidare il tempo e gli elementi e che orgoglioso e indomito si innalza ancora per ricordare a tutti che basta poco per riaccendere il fuoco e illuminare ancora una volta il caos che ha preso il sopravvento dopo la vittoria dei “liberatori”.

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