Una pagina di eroismo e di amore di Patria ancora
poco nota è quella degli italiani di Fiume che preferirono la
morte alla stella rossa dei comunisti jugoslavi. Dal 3 maggio 1945,
per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito, avide di
sangue, si scatenarono, con inaudita violenza, contro coloro che, da
sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianità. A Campo
di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza
Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero
sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia Questura,
nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano
di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire
le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere
di tortura.
Altre centinaia di uomini e donne, d'ogni ceto e d’ogni età,
svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i "desaparecidos".
Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti,
cioè coloro che sognavano uno Stato libero; ai furibondi attacchi
di stampa condotti dalla "Voce del Popolo" si accompagnò
una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio
portò all’uccisione di Matteo Blasich e Giuseppe Sincich,
personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già
membri della Costituente fiumana del 1921.
Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi
che verranno, trovano la morte a Fiume anche alcuni esponenti del Cln
ed altri membri della resistenza italiana, fra cui il noto antifascista
Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager
nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro
anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia
politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione
nazionale.
La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico
il Cln è un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto
a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare
l'esclusiva rappresentatività degli antifascisti italiani. Pertanto,
per i titini, appare come l'avversario più pericoloso, sia perché
potenzialmente in grado di diventare il punto di riferimento della popolazione
di sentimenti italiani, sia in quanto l'eventuale accoglimento delle
sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della resistenza
italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge
l'edificio dei poteri popolari.
Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti
dell'italianità cittadina.
Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio
Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età,
morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani.
Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati.
Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono
subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra
mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti.
Adolfo Landriani era il custode dei giardino di piazza Verdi: non era
fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola statura
tutti lo chiamavano "maresciallino". Lo chiusero in una cella
e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare
con loro "Viva la Jugoslavia!". Lui, pur così piccolo,
si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel
mucchio di belve, e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo:
"Viva l'Italia!".
Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, o lo sbatterono contro
il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta:
"Viva l'Italia! Viva l'Italia!" sempre più fioco, sempre
più spento, finché il grido non divenne un bisbiglio,
finché la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre.
Qualcuno morì più semplicemente per aver ammainato in
piazza Dante la bandiera jugoslava.
Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi
diciott'anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa.
Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con
diversi colpi di pistola.
Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo
testamento sui fogli bianchi dell’"Imitazione di Cristo":
"…Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così
forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della
mia vita. Tu sai che io muoio per l'Italia. Siamo migliaia di italiani,
gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati
giornalmente dall'odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente.
Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa
martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il
Tricolore d'Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla
mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno.
Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò
alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto
a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio
grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà:
"viva l'Italia!".
A nessuno di questi eroi, semplici e sconosciuti, l’Italia concederà
una medaglia alla memoria. Mentre noi studenti scendevamo in piazza
per Trieste italiana all’inizio degli anni Cinquanta, diede la
vita per la Patria l'ultimo dei nostri irredenti.
Leonardo Manzi aveva la mia età e come me aveva dovuto abbandonare
Fiume. Morì da profugo a Trieste il 6 novembre 1953, ucciso dalla
Polizia civile (pagata dagli inglesi) sul sagrato della chiesa di S.
Antonio. Nelle sue mani stringeva forte un Tricolore. Nelle sue tasche
trovarono, arrossata di sangue, la tessera della "Giovane Italia".
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