Il Discorso Finale di Benito Mussolini Sul Concordato Stato – Chiesa Cattolica.

“Onorevoli senatori !
Voglio prima di tutto rassicurarvi per quello che concerne le proporzioni del mio odierno discorso. Non saranno quelle del discorso che ho pronunciato nell’altro ramo del Parlamento, quantunque mi debba trovare forse nella necessità di riferirmi al discorso che ho pronunciato il 13 maggio.
(questo discorso di Mussolini, lo leggeremo nel prossimo capitolo – Nda)

Pronunciato a distanza dalla firma dei Patti lateranensi, lo si è trovato duro; io lo definirò crudo, ma necessario; anche le punte polemiche avevano dei bersagli definiti e sono giunte al segno, perché coloro ai quali erano destinate ne hanno accusato ricevuta.
Gli avvenimenti improvvisi, lungamente attesi e sperati, possono produrre delle deviazioni spirituali o, per usare una frase che non piace agli spregiatori delle «prodezze aeroplanistiche», degli sbandamenti. Era necessario quindi disperdere una atmosfera che per essere troppo nebulosa e sentimentale avrebbe finito per alterare i contorni delle cose, il carattere e la portata degli avvenimenti. Era necessario stabilire con una frase drastica quello che in realtà era accaduto sul terreno politico, e precisare le reciproche sovranità; il Regno d’Italia da una parte, la Città del Vaticano dall’altra. Era utile aggiungere che le distanze tra il Regno d’Italia e la Città del Vaticano si numerano a migliaia di chilometri, come la distanza che separa Parigi dal Vaticano, Madrid dal Vaticano, Varsavia dal Vaticano.
Si doveva dissipare l’equivoco per cui si poteva pensare che il trattato del Laterano avrebbe vaticanizzato l’Italia o che il Vaticano sarebbe stato italianizzato; o, per citare una vecchia frase, che il re sarebbe diventato il chierico del Papa o che il Papa sarebbe diventato il cappellano del re. Niente di tutto ciò; distinzione precisa. La contiguità non significa nulla, la distanza è giuridica e politica.
È poi assurdo ritenere che il mio discorso fosse rivolto a degli elementi di sinistra, che nel Partito Fascista non esistono (perché il Partito Fascista ignora questa vieta terminologia), o fosse destinato a placare le cellule massoniche che da noi non hanno mai avuto e non avranno mai tregua. Nel discorso pronunciato dal senatore Crispolti ci sono degli accenni che debbo raccogliere : primo di essi, quello che riguarda l’origine del cristianesimo.

La mia affermazione storica, fatta nell’altro ramo del Parlamento, ha sollevato delle apprensioni che io reputo legittime. Io non ho inteso di escludere, anzi l’ammetto, il disegno divino in tutto ciò che è accaduto, in tutto quanto si è svolto; ma sarà pur concesso di affermare che lo svolgimento dei fatti si è verificato a Roma e non ad Alessandria d’Egitto e nemmeno a Gerusalemme : sarà possibile dire che le prime comunità, staccatesi dal paganesimo, erano formate da israeliti, tanto che nei primi sessantaquattro anni dell’èra attuale il fenomeno si chiamava giudeo-cristiano, ed è nel sessantaquattro, nel momento culminante delle persecuzioni di Nerone, nell’anno del martirio di Pietro, che si è prodotta la frattura definitiva tra il giudaismo che si è rifugiato nei suoi confini etnici, dai quali non è ancora uscito se non per evasioni individuali, ed il cristianesimo che accettava in pieno la predicazione paolina dell’universalismo e si metteva per le strade consolari alla conquista del mondo.
Del resto, uomini di chiara dottrina cattolica, come monsignor Battifolle nel suo libro l’Eglise naissante et le catholicisme, ripudiano la tesi protestantica concentrata nel trinomio cristianesimo, cattolicesimo, romanesimo, tesi fatta sua con grande forza dal Renan. Ma egli stesso ammette in questo libro, giunto alla quinta edizione, che fu provvidenziale la cooperazione di Roma alla missione della Cathedra Petri. « E noi – dice l’autore – non avremo la cattiva grazia di contestarlo. Facciamo – egli aggiunge – le nostre riserve sui termini politici che vengono impiegati per descriverla, come anche sulla tendenza a trasformare in funzione generatrice ciò che non fu che una circostanza ».

Un altro autore cattolico, il
Duchèsne (debbo citare i francesi perché da qualche tempo il cattolicismo italiano non è fecondo, la produzione intellettuale in questa materia è altrove, in questi ultimi tempi non abbiamo avuto che una traduzione, ancora dal francese: La primauté du spirituel” del Maritain), nell’Histoire ancienne de l’Eglise, comincia questo libro, scritto a Roma nel 1905, con un capitolo così intitolato L’Impero romano patria del cristianesimo; e a pagina 10 aggiunge:
«Da quanto si è detto si conclude che la propagazione del cristianesimo ha trovato nella situazione dell’Impero romano e delle facilitazioni e degli ostacoli. Fra le prime bisogna in primo luogo mettere la pace universale, la uniformità delle lingue e delle idee, la rapidità e la sicurezza delle comunicazioni. La filosofia attraverso i colpi da essa inferti alle vecchie leggende, e con la sua impotenza a creare qualche cosa che potesse sostituirle, può essere considerata quale utile ausiliaria.… ».

Infine:

« Le religioni orientali, offrendo un alimento qualunque al sentimento religioso, gli hanno impedito di morire, e gli hanno permesso di attingere la rinascenza evangelica ».
« Naturalmente – aggiunge –
ci furono degli ostacoli, e cioè le persecuzioni intermittenti degli imperatori romani, lo spirito raziocinante della filosofia greca, che si impadronì degli elementi dottrinali dell’insegnamento cristiano e ne fece uscire cento diverse eresie ».
Ai tempi degli Antonini, Roma era il crogiuolo di tutto il mondo cristiano. Lo dice lo stesso autore
«
Tutti i capi delle comunità si davano convegno a Roma, tutte le figure più caratteristiche vi si trovavano ».
A pagina 241 cita: «
Policarpo, il patriarca di Asia; Marcione, il feroce settario del Ponto; Valentino, il grande maestro della gnosi alessandrina; Egesippo, il giudeo cristiano di Siria; Giustino e Tazio, filosofi e apologisti. Era come un microcosmo, una sintesi di tutto il cristianesimo d’allora ».

Non voglio abusare della vostra pazienza con queste rievocazioni culturali, che però giustificano in pieno, io ritengo, la mia affermazione puramente storicistica e niente affatto di indole religiosa, che il cristianesimo ha trovato l’ambiente più favorevole a Roma. Dicevo, infatti, nel mio ultimo discorso : « Comunque su questa constatazione possiamo essere concordi, che il cristianesimo ha trovato il suo ambiente favorevole a Roma ».
Un altro punto il senatore Crispolti ha toccato, ed è quello dei diritti dello Stato sulla educazione e sulla istruzione. Non vorrei che si creassero degli equivoci perché un conto è l’istruzione e un conto è l’educazione. Siamo noi fascisti in regime di feroce monopolio della istruzione? No. Bisognerà dunque ricordare agli immemori che è in regime fascista che si è aperta ed è stata riconosciuta la prima Università cattolica italiana?

Ma v’è un lato della educazione nel quale noi siamo, se non si vuol dire intrattabili, intransigenti. Intanto scendiamo dalle zone dell’accademia e vediamo la realtà della vita.
Dire che l’istruzione spetta alla famiglia, è dire cosa al di fuori della realtà contemporanea. La famiglia moderna, assillata dalle necessità di ordine economico, vessata quotidianamente dalla lotta per la vita, non può istruire nessuno. Solo lo Stato, con i suoi mezzi di ogni specie, può assolvere questo compito. Aggiungo che solo lo Stato può anche mpartire la necessaria istruzione religiosa, integrandola con il complesso delle altre discipline. Quale è allora l’educazione che noi rivendichiamo in maniera totalitaria? L’educazione del cittadino.

Giustamente ha osservato il SENATORE GIUSEPPE BEVIONE che vi si potrebbe rinunziare se uguale rinunzia facessero tutti gli altri. Se il mondo contemporaneo non fosse quel mondo di lupi feroci che conosciamo, tali anche se per avventura portano il cilindro e la necroforica redingote, noi potremmo allora rinunciare a questa nostra educazione, alla quale daremo finalmente un nome, poiché le ipocrisie ci ripugnano: l’educazione guerriera.
La parola non vi deve spaventare. Necessaria è questa educazione virile e guerriera in Italia, perché durante lunghi secoli le virtù militari del popolo italiano non hanno potuto rifulgere. È solo la guerra che va dal 1915 al 1918 che costituisce, dopo le guerre dell’Impero romano, la prima guerra combattuta e vinta dal popolo italiano.
E poiché abbiamo degli interessi da difendere giorno per giorno come esistenza di popolo, non possiamo cedere alle lusinghe dell’universalismo, che io comprendo nei popoli che sono arrivati, ma che non posso ammettere nei popoli che debbono arrivare.
Ci sarà veramente, in tema di educazione e di insegnamento religioso nelle scuole medie, quel conflitto tra filosofia e religione di cui ha parlato l’onorevole Credaro nella sua Rivista pedagogica? Leggo anche la sua rivista, onorevole Credaro.

Se si rimarrà fedeli agli ordinamenti e ai programmi del senatore Gentile, io non lo credo. Io credo che, più che la filosofia, è interessante la storia della filosofia, e più ancora della storia della filosofia, la vita dei filosofi; il conoscere come hanno lottato, come hanno sofferto, come si sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è altamente educativo, per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito.
Ma è poi vero che i cattolici di questo secolo sono così lontani da quelle conquiste di cui si parlava ieri, quando si accennava all’odierno mondo operoso, pieno di vita e di calore? No.

In una delle relazioni che saranno presentate al settimo congresso internazionale di filosofia, che io avrò il piacere e l’alto onore di inaugurare domani, c’è qualcuno che si occupa di questo argomento e fa delle constatazioni interessanti. « Siamo ben lontani oggi – egli dice – dai tempi in cui il padre Cornaldi nel 1881 diceva che tutta la filosofia moderna è la patologia della ragione umana ». Esagerato!
Non bisogna credere che non vi siano ancora degli individui che ciò pensano, ma vi sono anche di quelli che sono venuti verso di noi.
«
Nell’elenco degli autori – egli dice – da proscrivere, si deve evidentemente porre lo Spinoza». Ma chi è oggi il maggiore biografo e il maggiore studioso dello Spinoza? E un gesuita di grande acume spirituale, il Dunin Bornowsky. E a Kant l’Università cattolica di Milano dedicò un volume di studi, ed il rettore di quella Università, che è tanto cara alle supreme gerarchie cattoliche, propugna lo studio di Kant ed ammette il riconoscimento della sua grandezza, compatibilmente non solo col sentimento cristiano, ma anche con la filosofia tomistica, di cui è un esponente il rettore dell’Università cattolica di Milano ».
Del resto, basta sfogliare il programma dei corsi che, nel presente anno accademico, ha svolti l’Università cattolica di Milano, per apprendere che Padre Chiocchetti ha letto la Critica della ragion pura e Padre Cordovani ha letto il primo libro dell’Etica di Spinoza, il De Deo. E così il Padre Chiocchetti, come il professor Casotti hanno trattato di Antonio Rosmini.
Né si dica che questi studi si fanno soltanto nell’Università cattolica di Milano, che è così cara a chi è altissimo nella gerarchia. Non si potrebbe infatti dimenticare che, tra le collezioni dei testi filosofici per le scuole secondarie curate dai Padri Salesiani, anche essi così manifestamente cari a quella suprema gerarchia, accanto alle opere dei santi e degli ortodossi, vi sono anche quelle di Kant, di Bentham, e, o signori, inorridite, anche di Jean Jacques Rousseau.
Così stando le cose, coi necessari contatti sarà possibile conciliare l’insegnamento non obbligatorio delle discipline religiose con la filosofia e con le altre discipline.

Ho ascoltato anch’io (come afferma Bevione) con emozione il discorso pronunciato dal senatore Boselli, il quale con la sua relazione e col suo discorso odierno ha reso un alto, magnifico servigio al paese.
L’onorevole Scialoja ha fatto l’apologia della legge delle guarentigie. Si comprende che egli abbia altamente difeso questa legge anche per ragioni di famiglia; uno degli artefici di questa legge fu appunto il padre dell’attuale senatore. In fondo, quanti di noi e di voi, o quanti degli italiani hanno riletto in questi giorni i resoconti delle sedute che si tennero a Firenze per discutere la legge sulle guarentigie dal gennaio al maggio 1871? Pochi, pochissimi. E coloro che hanno avuto la pazienza – per me è stato un dovere – di farlo, si saranno convinti che la legge sulle guarentigie non merita né la polvere, né gli altari. Una legge di compromesso e di transizione che si votò dopo discussione lunga, spesso caotica e confusa, durante la quale cozzarono gli opposti estremismi di coloro che volevano espellere il Papa da Roma e di coloro che volevano dargli almeno la città leonina, più la ricorrente striscia al mare.

Ne venne una legge che non piaceva nemmeno a coloro che l’avevano fabbricata, i quali furono i primi a decretarne il carattere precario. Pur tuttavia era il meglio che si poteva fare in quelle determinate circostanze; ma da ciò non si deve trarre la conclusione che la legge delle guarentigie fu sempre rispettata, né che la legge stessa determinò quello stato di equilibrio, sul quale ritornerò fra poco.
Non la legge delle guarentigie in sé e per sé, ma piuttosto la politica spesso accomodante delle due parti, fece sì che, malgrado la legge, non si avessero delle crisi temibili e pericolose.
Ma il senatore Scialoja ha aggiunto che si sarebbe potuto fare a meno di consacrare per diritto ciò che si aveva già di fatto. Tutto – egli ha detto – aveva finito per adattarsi a questa situazione, ed anche gli stranieri. E verissimo, tutti meno uno, il più interessato: il Papa.

Ma anche l’Italia non vi si era adattata, altrimenti non si comprenderebbero gli innumeri tentativi fatti dai precedenti Governi per risolvere nel diritto la situazione di fatto.
Anche la frase del senatore Scialoja sul « non vastissimo territorio », non è di mio completo gradimento. Non solo il territorio non è vastissimo, ma non è nemmeno vasto. Non solo non è vasto, ma non è nemmeno piccolo. E in realtà minimo. Irrilevante. Padre Semeria a Trieste lo ha chiamato il territorio « ti vedo e non ti vedo ». Per farlo risultare in una carta geografica, ci vuole una « scala » eccezionale. Ettari quarantaquattro di fronte alla Roma del 1929, anno VII, che conta un milione di abitanti, di fronte all’Italia che, dal 1870 in poi, ha ancora aumentato notevolmente il suo territorio metropolitano e coloniale, ettari quarantaquattro sono veramente il «corpo ridotto al minimo necessario per sostenere lo spirito». Sarebbe stato veramente crudele, oserei dire assurdo, voler restringere ancora questo territorio, a meno che non si pensasse di dover limitare la sovranità al solo « studio » del Sommo Pontefice.

Ma ora debbo occuparmi del discorso del SENATORE CROCE. Voglio dir subito che io gli sono grato del suo voto contrario. Qui non gioca la favola dell’uva acerba, perché non abbiamo bisogno di quel voto. Tutte le volte che gli avversari vengono a me, la cosa mi lascia molto dubitoso. Gli avversari devono o combatterci o rassegnarsi. Intanto, che cosa ha detto il senatore Croce? Egli ha detto:
« Dichiaro anzitutto, perché non abbia luogo equivoco, che nessuna ragionevole opposizione potrebbe sorgere da parte nostra all’idea della conciliazione dello Stato italiano con la Santa Sede. La dichiarazione è perfino superflua, in quanto è troppo ovvia. La legge stessa delle guarentigie avrebbe avuto il completamento della conciliazione se la Santa Sede l’avesse accettata, o se, muovendo da essa, avesse aperto trattative, che non erano escluse e potevano essere coronate d’accordo. I ripetuti tentativi, fatti nel corso di più decenni, dall’una e dall’altra parte, comprovano la tendenza a metter fine ad un dissidio che apportava danni o inconvenienti all’una e all’altra parte, e non starà ora a cercare per minuto a quale delle due li apportasse maggiori ».

Precisiamo dunque che c’era un dissidio, che questo dissidio recava dei danni all’una ed all’altra parte, che questo dissidio era componibile e che tentativi in questo senso furono fatti.
« La ragione – Croce aggiunge – che ci vieta di approvare questo disegno di legge, non è, dunque, nell’idea della conciliazione, ma unicamente nel modo in cui è stata attuata, nelle particolari convenzioni che l’hanno accompagnata, e che formano parte del disegno di legge ».

Dunque non è il fatto della conciliazione in sé, è il modo che « ancor l’offende ». Ma allora qual’è il suo «modo» ? Perché non basta dire « il vostro modo non mi piace ». Perché l’Assemblea potesse giudicare, bisognava che si trovasse davanti ad altro « modo » con cui la questione doveva essere risolta. Ed allora siccome il protocollo lateranense si compone di tre parti : trattato, concordato e convenzione finanziaria, bisogna scendere al concreto. E il « modo » del trattato che non vi piace? Vi sembrano forse eccessivi quei quarantaquattro ettari, cioè l’attuale Vaticano con qualche cosa in meno, passati in sovranità al Sommo Pontefice, oppure vi sembra sterminato il numero di quattrocento sudditi volontari, non tutti italiani, che formeranno il popolo della Città del Vaticano? Sono i millecinquecento milioni di lire carta che feriscono la vostra sensibilità di cauti amministratori delle vostre rendite, oppure è il concordato, oppure tutte le tre cose insieme?

Non credo si tratti del trattato, perché il trattato realizza, migliorandoli di gran lunga, quelli che furono i progetti per i quali spasimarono uomini come il Cavour, il Ricasoli ed il Lanza.
Tutto ciò mi fa ricordare l’epoca della guerra, quando c’erano due modi di fare la guerra : quello dei generali e dei soldati, che la facevano sul serio, e quello degli imboscati, i quali nelle sicure retrovie trovavano sempre che con il loro modo avrebbero spostato gli eserciti e stravinto le battaglie.
Nessuna meraviglia, o signori, se accanto agli imboscati della guerra esistono gli imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse e forse anche per la loro impotenza creatrice, produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività e qualche volta senza pudore.
Ma in realtà non si tratta del trattato e della convenzione; si tratta del concordato.
Se il senatore Croce si fosse degnato di gettare una sia pur vaga e superficiale occhiata sul mio discorso del 13 maggio, avrebbe visto fugati i fantasmi che sembra gli ossessionino lo spirito : braccio secolare, roghi, manomorta e’ simili.

Vi è una contraddizione nel suo discorso che bisogna cogliere, ed è questa. Nella prima parte si dice che la conciliazione era ovvia e che si doveva fare, ma successivamente si dice: è con dolore che noi constatiamo la rottura dell’equilibrio che si era stabilito.
Ora delle due l’una: o voi siete sinceri quando auspicate alla conciliazione, e allora non dovete dolervi se un determinato equilibrio dovrà essere per fatalità di cose rotto; o vi dolete della rottura, e non siete sinceri quando invocate la conciliazione. Dai corni piuttosto ferrei di questo dilemma non è facile uscire. Ma poi a chi si dà ad intendere che si fosse realizzato un equilibrio? Non siamo sul terreno della storia, siamo sul terreno delle storielle! Un equilibrio dal 1870 al 1929? In questo modo si fa un assegnamento piramidale sulla nostra ignoranza storica. Ma noi sappiamo che cosa era questo equilibrio, quando non si restituivano le visite al nostro sovrano da parte dell’imperatore d’Austria, quando si ebbe una rottura tra la Santa Sede e la Francia per via della visita di Loubet, e quando, per oltre quarant’anni, i cattolici furono assenti dal mondo politico italiano e venivano chiamati « emigrati dell’interno ». Se in un certo momento essi vennero nella vita politica non fu già per effetto del liberalismo, ma per effetto del movimento socialista. Il quale, avendo dal 1890 al 1904 e 1905 immesso nella vita della nazione enormi masse di contadini e di operai, aveva alterato la geografia politica della nazione. Il capolavoro del liberalismo dell’epoca fu il famoso patto Gentiloni, un patto di compromessi, che oggi si può dire di ipocrisia.

Vi è un’altra affermazione in questo discorso, grave, molto grave. Questi sacerdoti più papisti del Papa, che si vanno a confessare al neo vescovo, vorrei conoscerli, perché devono essere di una natura tutt’affatto particolare. Ma io nego, per quel che mi riguarda, nella maniera più risoluta, che Fascisti, degni di questo nome, siano andati a comunicare le loro rivolte anticlericali al professor Benedetto Croce. Lo escludo nella maniera più assoluta, poiché la politica religiosa del Fascismo è stata fin dal principio univoca e rettilinea; lo escludo perché al Gran Consiglio, ove è possibile dire tutte le opinioni e manifestare un pensiero anche discorde, con un triplice applauso fu approvata, all’assoluta unanimità, la mia relazione sull’Accordo lateranense.
E che cosa è questa fobia dei concordati, di cui soffrivano i giuristi napoletani della fine del 1700? Saranno stati luminari di scienza, non lo escludo, ma sta di fatto che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana ha mille anni di storia di concordati, sta di fatto che il primo concordato, niente po’ po’ di meno, porta la data del 5 luglio 1098 ed è un concordato con cui Urbano Il dà diritto di legazia a Ruggero conte di Calabria e Sicilia. Si va da quella data all’ultimo concordato dell’anteguerra, quello concluso con la Serbia. Passata la parentesi bellica ecco ancora una nuova teoria di concordati con la Lettonia, con la Lituania, con la Polonia, con la Baviera, oltre a un modus vivendi con la Cecoslovacchia. Ve ne è uno in discussione con la Prussia; non vi stupirete se domani qualche cosa di simile avverrà con la Francia. La quale ruppe le relazioni diplomatiche con la Santa Sede nel 1904, ma le ha ristabilite nel 1921 e nel 1929 fa uno strappo alla legislazione laica riconoscendo nove Congregazioni missionarie. E d’altra parte le grandi solennità che si sono svolte in Francia per il centenario di Giovanna d’Arco, vi dimostrano che l’atmosfera anche là è radicalmente cambiata o sta radicalmente cambiando.

Parigi e la messa. Vi si vorrebbe dare ad intendere che è per opportunismo che noi ascoltiamo la messa, la quale avrebbe per posta Parigi; nel nostro caso, Roma. E una posta solenne tuttavia ! Ma niente opportunismo, perché noi non abbiamo aspettato il Patto del Laterano per fare la nostra politica religiosa. Essa risale al 1922; anzi al 1921! Vedi il mio discorso del giugno alla Camera dei deputati.
E fu conseguente e rettilinea, pur non cedendo mai tutte le volte che era in gioco la dignità, il prestigio e l’autonomia morale dello Stato.
Ricordo anche a voi che le trattative subirono una interruzione per la nota questione degli esploratori cattolici. Il senatore Crispolti ha concluso il suo discorso con un interrogativo : « Durerà la pace? ».
La pace durerà. Perché prima di tutto questa pace non è un dono che abbiamo trovato per strada, e per caso. E’ il risultato di tre anni di lunghe, difficili e delicate trattative. Ogni articolo, ogni parola, si può dire ogni virgola, è stato oggetto di discussioni leali, tranquille ma esaurienti. Ogni articolo rappresenta il necessario punto d’incontro tra le esigenze dello Stato e le esigenze della Chiesa.

Non è dunque una costruzione miracolistica, sbocciata improvvisamente; è una cosa lungamente, sapientemente elaborata. Questo è uno degli attributi che ne garantiscono la durata.
Durerà anche perché questa pace ha toccato profondamente il cuore del popolo, perché noi non ci faremo prendere al laccio né dai massoni né dai clericali, che sono interdipendenti gli uni dagli altri.
E d’altra parte, di questi protocolli lateranensi ve ne è uno che non può essere oggetto di discussione; ed è il trattato. Gli eventuali dissidi avranno un altro terreno: quello del concordato. Ebbene, c’è dunque da dipingere l’orizzonte in nero se domani, per avventura, in occasione della nomina di un vescovo ci sarà un punto di vista diverso tra noi e la Santa Sede? Ma questa è la vita, signori! Avremo noi la viltà dei padule, cioè la viltà dell’uomo che vuole star fermo, immobile, pur di non affrontare i necessari rischi che sono legati al fatto di vivere? Tanto vale rinunciare alla vita!

Questa è la nostra concezione della vita, sia che si riferisca agli individui, come ai popoli e alle istituzioni nelle quali questi popoli trovano la loro organizzazione giuridica e politica. Voi non vi spaventate, né mi spavento io, dicendo che degli attriti vi saranno, malgrado la separazione nettissima fra ciò che si deve dare a Cesare e ciò che si deve dare a Dio, ma quando soccorrono la buona fede e il senso d’italianità questi dissidi saranno superati, perché la Santa Sede sa d’altra parte che il regime fascista è un regime leale, schietto, preciso, che dà la mano aperta, ma che non dà il braccio a nessuno e nessuno può pretenderlo, perché nessuno lo avrebbe.
Di fronte alla Città del Vaticano è oggi il regime fascista, creatore di nuove forze economiche, politiche, morali, che fanno di Roma uno dei centri più attivi della civiltà contemporanea! Di fronte alla santità dei Papi, sta la Maestà dei re d’Italia, discendenti di una dinastia millenaria !
Non vorrei, onorevoli senatori, che delle discussioni troppo minute – la eterna ricerca delle farfalle sotto gli archi di Tito – obnubilassero la grandiosità dell’evento. Pensate che dai tempi di Augusto, Roma fu solo dal 1870 di nuovo capitale d’Italia, e pensate che dal 1870 in poi su questa nostra grande Roma c’era una riserva, un’ipoteca. E colui che la metteva non era un duca o un principe qualunque, di quelli che abbiamo spodestato quando l’Italia era in pillole: era il Capo supremo della cattolicità; e coloro che erano rappresentati presso di lui contavano su questa riserva. E la riserva era posta non sopra un territorio lontano, periferico o trascurabile, ma su Roma. C’erano delle potenze, lo si può dire apertamente, che si compiacevano che nel fianco dell’Italia fosse ancora confitta una spina…. Non per niente sino al 1874 un bastimento francese stazionò nel porto di Civitavecchia!
Ora abbiamo tolto questa spina; le riserve sono cessate; Roma appartiene di diritto e di fatto al re d’Italia e alla nazione italiana. Questa, o signori, è la grandiosità dell’evento, e nessuna polemica, nessun gioco dialettico, e meno ancora nessuna stolta calunnia, può diminuirla dinanzi al popolo italiano e dinanzi alla storia.
Onorevoli senatori, io sono sicuro che voi, che siete, come sempre, pensosi dei supremi interessi della nazione, non negherete in maggioranza il vostro suffragio favorevole all’attuale disegno di legge”.

Si passa alla votazione: 316 senatori votarono a favore. Votarono contro Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Emanuele Paternò di Sessa, Francesco Ruffini, Tito Sibibaldi e Benedetto Croce.

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