Contrasti, Polemiche, Fatti, Continuazioni nel discorso dei rapporti Stato – Chiesa Cattolica dal 1929

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Il concordato stipulato non accontentò minimamente le due parti. Il conflitto Stato e Santa Sede si riaccese nel marzo del 1931. In realtà – scrive Mario Missiroli (***) – le relazioni fra lo Stato italiano e la Santa sede non furono mai ottime anche durante i negoziati e all’indomani stesso della conclusione degli Accordi.
Le precedenti trattative, laboriosissime, si erano svolte in un’atmosfera polemica (ripetutamente il Papa minacciò di mandare tutto all’aria, mentre il Re (lui acceso anticlericale, solo nel sentir parlare di concedere un pezzo di Roma al Vaticano, friggeva) era sostanzialmente contrario alla Conciliazione e solo verso la fine dei negoziati si arrese e Mussolini, che, dal canto suo, in questioni delicatissime, che toccavano da vicino la Chiesa, si regolava come se quei negoziati non esistessero nemmeno). Di modo che, mentre si negoziava, si svolgevano polemiche a forte tono fra la stampa cattolica – Osservatore Romano compreso – e la stampa fascista (e sappiamo bene cosa questa poteva o non poteva pubblicare).
E cosa dire di quanto accadde durante le discussioni parlamentari (che abbiamno letto nei precedenti capitoli) che offrirono più volte al Papa il motivo di intervenire per confutare le affermazioni dello stesso Capo del Governo?

Ma fu nel marzo del 1931 che scoppiò il vero e proprio conflitto. E questa è la cronaca:
Nel discorso pronunciato alla Camera dei deputati sui Patti Lateranensi (13 maggio 1929 – riportato nelle pagini precdenti), Mussolini aveva chiaramente accennato a due questioni, che, alla distanza di due anni, come già si è detto, dovevano determinare un conflitto assai grave fra l’Italia e la Santa Sede. Le due questioni concernevano il carattere e i “compiti dell’Azione Cattolica e l’educazione dei giovani”. A tali questioni il regime fascista attribuiva una importanza capitale. Specie alla educazione dei giovani.
A proposito di questa, nel discorso alla Camera Mussolini aveva dichiarato apertamente che, per tutto il 1927, le trattative per la Conciliazione erano rimaste sospese proprio per la questione dei boy-scouts cattolici, risolta, poi, secondo i propositi del Governo e aveva aggiunto:
« Un altro regime che non sia il nostro, un regime demo-liberale, un regime di quelli che disprezziamo, può ritenere utile rinunciare alla educazione delle giovani generazioni. Noi no. Su questo campo siamo intrattabili! Nostro deve essere l’insegnamento. Questi fanciulli devono essere educati nella nostra fede religiosa; ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo bisogno di dare a questi giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista; soprattutto abbiamo bisogno di trasmettere la nostra fede, le nostre speranze ».
Un giorno dopo quel discorso, Pio XI, parlando agli alunni del Collegio di Mondragone, si era intrattenuto a polemizzare su questo argomento della educazione, da lui rivendicata come un inalienabile “diritto delle famiglie” e, per esse, della Chiesa.
Di rimando, nel suo discorso al Senato, Mussolini replicava:

«Dire che l’istruzione spetta alle famiglie, è dire cosa al di fuori della realtà contemporanea. La famiglia moderna, assillata dalle necessità di ordine economico, vessata quotidianamente dalla lotta per la vita, non può istruire nessuno. Solo lo Stato, coi suoi mezzi di ogni specie, può assolvere questo compito. Aggiungo che solo lo Stato può anche impartire la necessaria istruzione religiosa, integrandola con il complesso delle altre discipline. Qual è, allora, l’educazione, che noi rivendichiamo in maniera totalitaria? L’educazione del cittadino».

Non meno grave era il dissenso, che si profilava per quanto riguardava l’Azione Cattolica. Nel discorso alla Camera aveva avvertito:
« Non si può pensare una separazione nettissima tra questi due enti (lo Stato e la Chiesa), perché il cittadino è cattolico e il cattolico è cittadino. Bisogna, dunque, determinare i confini tra quelle che sono le materie miste. D’altra parte, la lotta tra la Chiesa e lo Stato è millenaria: o è l’Imperatore che domina il Papa, o è il Papa che domina l’Imperatore. Negli Stati moderni, negli Stati a solida organizzazione costituzionale moderna, dato lo sviluppo dei tempi, si preferisce vivere in regime di Concordato. Io credo che Cavour volesse, appunto, pensare a una siffatta soluzione del problema dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato ».

Senonché, a suo giudizio, le organizzazioni cattoliche avevano dato agli Accordi Lateranensi una interpretazione troppo estensiva, inaccettabile da parte dello Stato. E riferendosi alla Azione Cattolica, nel discorso alla Camera osservava con una certa asprezza di tono:
« Non c’è dubbio che, dopo il Concordato del Laterano, non tutte le voci, che si sono levate nel campo cattolico, erano intonate. Taluni hanno cominciato a fare il processo al Risorgimento; altri ha trovato che la statua di Giordano Bruno a Roma è quasi offensiva. Bisogna che io dichiari che la statua di Giordano Bruno, malinconica come il destino di questo frate, resterà dov’è? È vero che, quando fu collocata in Campo di Fiori, ci furono delle proteste violentissime; perfino Ruggero Bonghi era contrario e fu fischiato dagli studenti di Roma; ma, oramai, ho l’impressione che parrebbe di incrudelire contro questo filosofo, che, se errò e persisté nell’errore, pagò. Naturalmente, non è nemmeno il caso di pensare che il monumento a Garibaldi sul Gianicolo possa avere una ubicazione diversa. Nemmeno dal punto di vista del collo del cavallo. Credo che G a r i b a l d i può guardare tranquillamente da quella parte, perché oggi il suo grande spirito è placato! Non solo resterà, ma nella stessa zona sorgerà, a cura del Regime fascista, il monumento ad Anita Garibaldi.
« Si è notato che taluni elementi cattolici, specialmente fra quelli che non hanno tagliato. tutti i ponti con le ideologie del partito popolare, stavano intentando dei processi al Risorgimento. Si leggevano appelli di questo genere: moltiplichiamo le file, stringiamo i ranghi, serriamo le schiere, eccetera; naturalmente, di fronte a questo frasario, si è tratti a domandarsi: ma che cosa succede? È curioso che in tre mesi, io ho sequestrato più giornali cattolici che nei sette anni precedenti! Era questo, forse, l’unico modo per ricondurli nell’intonazione giusta! »”.

Tutto ciò autorizzava qualche dubbio sulla durata degli accordi. Tanto che, al termine del discorso al Senato, Mussolini dichiarava: « Voi non vi spaventate, né mi spavento io, dicendo che degli attriti ci saranno, malgrado la separazione nettissima di ciò che si deve dare a Cesare e di ciò che si deve dare a Dio ».

Ed è quanto, in realtà, si verificò. Si ebbe, cioè, il conflitto dopo la Conciliazione e quella pacificazione, che andò sotto il nome di « seconda Conciliazione ».

Fu, precisamente, due anni dopo la firma degli Accordi del Laterano che si manifestò il conflitto.
Come è risaputo, uno dei punti più delicati dei Patti Lateranensi era costituito dall’articolo 43 del Concordato, riguardante l’Azione Cattolica. Procediamo con ordine. L’articolo 42 di un primitivo progetto, contenente le prime richieste della Santa Sede, diceva:
« Lo Stato riconosce le organizzazioni dipendenti dell’Azione Cattolica Italiana, la quale è stata costituita dalla Santa Sede all’infuori e al di sopra di ogni partito e sotto l’immediata dipendenza della Gerarchia per l’affermazione, diffusione, attuazione e difesa dei principi cattolici nella vita individuale, familiare e sociale » .
« D’altra parte, la Santa Sede rinnova a tutti gli ecclesiastici e religiosi d’Italia il divieto di appartenere a qualsiasi partito politico o, comunque, di svolgere azione di partito ».
Nel testo definitivo sono scomparse le parti che riportiamo in corsivo. A rigore di termini e di logica, se. l’Azione Cattolica può esistere ed esiste, non si vede quale azione possa svolgere, se non si svolge nella vita « individuale », «familiare » o « sociale ». Scriveva, infatti, Pio XI nella sua lettera del 12 novembre 1928 al cardinale Bertram:
«L’Azione Cattolica si deve dire a buon diritto anche Azione sociale, perché mira a dilatare il regno di Cristo e, così, a procacciare alla società il massimo dei beni e, quindi, tutti gli altri vantaggi, che da essi scaturiscono, vale a dire quelli che appartengono all’ordinamento di una nazione e si chiamano politici ».

Tutto ciò può essere naturale e accettabile da uno Stato liberale e democratico, in nome della libertà, ma non da uno Stato totalitario. Ed era la stessa concezione di Stato « totalitario », quella che rendeva virtualmente precarii gli Accordi del Laterano.
Fatto si è che, all’indomani degli Accordi Lateranensi, l’Azione Cattolica riprese quella vitalità, che pareva spenta. E, come era facile prevedere, lo spirito totalitario del Regime Fascista reagì. I primi scontri avvennero sul terreno della attività sindacale. Il 31 marzo 1931, il Lavoro Fascista, in un articolo intitolato:A carte scoperte“, segnalava una circolare del presidente della Federazione romana della Gioventù cattolica italiana, che annunciava la costituzione di un Segretariato nazionale operaio e di gruppi operai da affiancare ai Circoli della Gioventù cattolica. Scopo di questi doveva essere quello di « curare la formazione tecnica dei soci operai, sviluppare le opere assistenziali, svolgere nel campo sociale ogni azione, che possa essere di aiuto, di incoraggiamento nelle diverse condizioni della vita operaia ».
II 2 aprile il “Lavoro Fascista” tornava sull’argomento e dava anche notizia di un discorso tenuto da monsignor Pizzardo nel settembre 1930 alla Settimana sociale degli ‘Assistenti ecclesiastici, nel quale incoraggiava i cattolici organizzati ad occuparsi degli operai e dei problemi del lavoro. In seguito a tali pubblicazioni, la circolare fu sconfessata e il suo autore si dimise.
Il 27 maggio, nuove e più accese denunzie da parte del “Lavoro fascista“. Esso pubblicava estratti e sunti di verbali delle riunioni svoltesi poco prima a Roma per celebrare il quarantesimo anno della pubblicazione della Rerum Novarum. In seguito a tali pubblicazioni, il contrasto fra le locali organizzazioni cattoliche e quelle fascistiche si riaccendeva, tanto che le autorità politiche intervennero, fino a sciogliere alcuni gruppi dell’Azione Cattolica.
A questo punto, intervenne il Direttorio del P.N.F. adunato in Roma il 9 giugno sotto la presidenza dello stesso Mussolini. Dopo una non breve discussione, il Direttorio votava questo ordine del giorno:
« Il Direttorio, portando il suo esame sulle recenti polemiche suscitate dal documentato atteggiamento, larvatamente o palesemente ostile, di alcuni settori dell’A.C., mentre afferma il suo profondo e immutato rispetto per la Religione Cattolica, il suo sommo Capo, i suoi Ministri, i suoi Templi, dichiara nella maniera più esplicita che è fermamente deciso a non tollerare che sotto qualsiasi bandiera, vecchia o nuova, trovi rifugio o protezione l’antifascismo residuato e fin qui risparmiato; ordina ai dirigenti dei novemila fasci d’Italia di ispirare la loro azione a queste direttive, ricordando che i caduti per la Rivoluzione esigono che essa sia difesa inflessibilmente contro chiunque e a qualunque costo ».

Questa dichiarazione era esplicita e non poteva non provocare una replica da parte della Santa Sede. E la replica non tardò. Ai primi di luglio, infatti, l’Osservatore Romano pubblicava l’enciclica “Non abbiamo bisogno”, che portava la data del 29 giugno, festa di San Pietro, che era stata diffusa all’Estero prima della sua pubblicazione in Italia.
L’Enciclica era di una insolita vivacità. Risalendo agli incidenti delle settimane precedenti, Pio XI affrontava questioni di principio e formulava aspri e severi giudizi sul Fascismo, la sua dottrina, il suo spirito. Fra l’altro, riferendosi agli «attentati e misure» contro l’Azione Cattolica, che facevano «seriamente dubitare se gli atteggiamenti, prima benevoli e benefici provenissero soltanto da sincero amore e zelo di Religione», il Papa parlava addirittura di « ingratitudine » del Regime Fascista nei confronti della Santa Sede. «Che se di ingratitudine si vuol parlare, essa fu e rimane quella usata verso la Santa Sede da un partito e da un regime, che, a giudizio del mondo intero, trasse dagli amichevoli rapporti con la Santa Sede, in Paese e fuori, un aumento di prestigio e di credito, che ad alcuni, in Italia e all’Estero, parvero eccessivi, come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra ».

Ribadito il carattere non politico, ma unicamente religioso dell’Azione Cattolica, il Pontefice formulava un’accusa assai grave nei confronti del Regime.
«Noi possiamo, Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto Noi) essere grati a chi, dopo aver messo fuori socialismo, massoneria, nemici Nostri (e non Nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi,
come tutti vedono e deplorano, fatti più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e, insieme, favoriti dalla nuova divisa. Di infrazioni al preso impegno Ci si è non rare volte parlato; abbiamo sempre chiesto nomi e fatti concreti, sempre pronti a intervenire e provvedere; non si è mai risposto a tale Nostra domanda. Si sono sequestrati in massa i documenti in tutte le sedi dell’Azione Cattolica italiana, si continua (anche questo si fa) a intercettare e sequestrare ogni corrispondenza, che possa sospettarsi in qualche rapporto colle Associazioni colpite, anzi anche con quelle non colpite: gli oratorii. Si dica, dunque, a Noi, al Paese, al mondo, quali e quanti sono i documenti della politica agitata e tramata dall’Azione Cattolica con pericolo dello Stato. Osiamo dire che non se ne troveranno, a meno di leggere e interpretare secondo idee preconcette, ingiuste in pieno contrasto coi fatti e l’evidenza di innumerevoli prove testimonianze ».

Poi l’attacco in pieno alla stessa concezione Fascistica della religiosità:
«Abbiamo, infatti, vista in azione una religiosità, che si ribella alle disposizioni della Superiore Autorità Religiosa e ne impone o ne incoraggia l’inosservanza; una religiosità, che diventa persecuzione e tentata distruzione di quello che il Supremo Capo della Religione notoriamente più apprezza ed ha a cuore; una religiosità, che trascende e lascia trascendere ad insulti di parole e di fatto contro la Persona dei Padre di tutti i fedeli anno gridarlo abbasso ed a morte; veri imparaticci di parricidio. Somigliante religiosità non può in nessun modo conciliarsi con la dottrina e con la pratica Cattolica, ma è, piuttosto, quanto può pensarsi di contrario all’una e all’altra».

Da ultimo, il Papa dichiarava illegittimo lo stesso giuramento Fascista.
«A questo punto, voi Ci richiedete, Venerabili Fratelli, che rimane a pensare ed a giudicare alla luce di quanto precede, circa una formula di giuramento, che anche a fanciulli e fanciulle impone di eseguire senza discutere ordini, che, l’abbiamo veduto e vissuto, possono comandare contro ogni verità e giustizia la manomissione dei diritti della Chiesa e delle anime, già di per se stessi sacri e inviolabili; e di servire con tutte le forze, fino al sangue, la causa di una rivoluzione, che strappa alla Chiesa e a Gesù Cristo la gioventù e che educa le sue giovani forze all’odio, alla violenza, alla irriverenza, non esclusa la persona stessa del Papa, come gli ultimi fatti hanno più compiutamente dimostrato. Quando la domanda deve porsi in tali termini, la risposta, dal punto di vista cattolico, ed anche puramente umano, è, inevitabilmente, una sola e Noi, Venerabili Fratelli, non facciamo che confermare la risposta che già vi siete data: un tale giuramento, così come sta, non è lecito».

A questo punto, si presentava, al Pontefice, un quesito grave: si poteva domandare tanta rigidezza morale a tanta povera gente, che, rifiutando la tessera e il giuramento fascista, sarebbe venuta a trovarsi in difficoltà morali e materiali insuperabili? E la risposta del Pontefice era comprensiva e umana:
«Conoscendo le difficoltà molteplici dell’ora presente e sapendo come tessera e giuramento sono, per moltissimi, condizione per la carriera, per il pane, per la vita, abbiamo cercato un mezzo, che ridoni tranquillità alle coscienze, riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori. E Ci sembra potrebbe essere tale mezzo per i già tesserati fare essi davanti a Dio ed alla propria coscienza la riserva: “salve le leggi di Dio e della Chiesa”, oppure “salvi i doveri di buon cristiano”, col fermo proposito di dichiarare anche esternamente una tale riserva, quando ve ne venisse bisogno. Che cosa, dunque, di nuovo Ci prepara o, minaccia l’avvenire? ».

Dal canto suo l’Osservatore Romano iniziava la pubblicazione quotidiana di lunghi elenchi di adesione all’Enciclica del Pontefice da ogni parte del mondo. In termini non meno vivaci replicava la stampa Fascista e un giornale romano si domandava addirittura, il 9 luglio, se non si imponesse, oramai, la denuncia del Concordato. In quello stesso giorno, l’Ufficio stampa del P.N.F. comunicava la seguente circolare del Segretario del Partito:
«Presi gli ordini da S.E. il Capo del Governo e Duce del Fascismo, è revocata la compatibilità fra l’iscrizione al Partito Fascista e l’iscrizione alle Associazioni dipendenti dall’Azione Cattolica».

Il 14 luglio aveva luogo a Palazzo Venezia, nel salone delle Battaglie, la riunione del Direttorio del P.N.F. sotto la Presidenza di Mussolini e veniva emanata una dichiarazione, dal tono assai vivace e reciso, nella quale alcune affermazioni della Enciclica erano definite « vero e proprio appello allo straniero ».
Fu a questo punto che intervenne Arnaldo Mussolini con uno scritto sul Popolo d’Italia, nel quale si prospettava non la denuncia del Concordato, ma l’opportunità di «franche spiegazioni». Comunque, si consigliavano «calma e paziente attesa». Anche in Vaticano qualcuno dovette portare consigli di moderazione. Fatto si è, che la polemica di stampa tacque e che, poco appresso, si seppe di conversazioni dirette avviate dalle due parti, all’infuori delle loro rappresentanze ufficiali. E, sulla fine dell’agosto, l’accordo fu raggiunto senza troppe difficoltà.

Misteriose restarono sempre le procedure seguite in tali negoziati, né si seppe mai a quali persone essi furono affidati.
Il 2 settembre, l’Agenzia Stefani ne dava l’annuncio ufficiale con un sobrio comunicato. Era riaffermato il carattere unicamente religioso delle organizzazione dell’Azione Cattolica. Le associazioni locali dell’A. C. avrebbero avuto, come loro segno, la bandiera nazionale. Si rinunciava a qualsiasi compito «di ordine sindacale » nelle sezioni interne professionali cattoliche. Anche i circoli giovanili adottavano la bandiera nazionale, si impegnavano ad « avere tessere e distintivi strettamente corrispondenti alla loro finalità religiose» e rinunciavano allo svolgimento di «qualsiasi attività a tipo atletico e sportivo».

Precise disposizioni di un nuovo statuto dell’Azione Cattolica, approvate il 31 dicembre 1931, sancivano la «immediata dipendenza di tutte le associazioni locali e, più specialmente delle Giunte diocesane, dalle autorità ecclesiastiche. La somma del potere era (articolo 3) nelle mani di persone direttamente nominate dai vescovi ed esse dovevano agire (articolo 9) «sotto la diretta dipendenza» dei vescovi’ medesimi ».

La soluzione del conflitto fu dovunque bene accolta. Nell’ottobre successivo, nel discorso rivolto ai rappresentanti dei direttorii di tutta Italia riuniti nella Sala Maddaloni di Napoli, per la commemorazione della marcia su Roma, Mussolini parlò esplicitamente del recente conflitto con la Santa Sede. Il discorso non fu pubblicato dai giornali; ma se ne ebbe notizia in un volume di memorie dell’ingegner Gorla di Milano, che era presente al discorso di Mussolini nella sala Maddaloni.
Parlando della Conciliazione, Mussolini dice:
«Poco dopo la firma dei Patti Lateranensi e del Concordato è sorto un conflitto con la Chiesa a proposito dell’Azione Cattolica e delle sue formazioni giovanili. Non è vero che quelle formazioni mi facessero paura, perché erano dei composti ibridi, qualche cosa come l’incrocio fra la pecora e la volpe. Ma mi infastidivano perché avrebbero potuto costituire un pericolo per il futuro e mi disturbavano per le continue beghe coi fasci. Perciò non ho esitato a scioglierle malgrado dubitassi che il provvedimento avrebbe provocato un conflitto col Papa. Ma dopo scoppiato il conflitto, ho compreso che bisognava fare la pace perché non potevo andare contro il sentimento religioso degli italiani. Avrei dovuto esasperare il contrasto? Provocare la partenza del Papa da Roma? Ed io so che vi era chi lo consigliava in tal senso. Ma ve lo immaginate, voi, un fuoruscito come il Papa? Senza contare che poi sarebbe tornato, come è tornato da Fontainebleau, come è tornato da Gaeta. Sarebbe tornato una terza volta! Non per niente ho studiato la storia!».

Dal canto suo, il Papa si mostrò egualmente soddisfatto, parlando della ripristinata pace nella allocuzione del 24 dicembre.
Il 9 gennaio 1932 Pio XI conferiva a Mussolini l’ordine dello «Speron d’oro» e 1’11 febbraio, dopo tre anni dalla Conciliazione, Mussolini si recava dal Papa. Il Colloquio durò un’ora e venticinque minuti.
Il 3 marzo il cardinale Pacelli (futuro papa Pio XII) riceveva il Collare dell’Annunziata (diventando cugino del Re).”
Mario Missiroli.

Addirittura, per porre un Sigillo alla Pace Fatta si fece una “Pergamena”. Qua sotto la potete vedere:

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